Autore: Lan Awn Shee
Categoria: Originale
Fandom: -
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Avvertimenti: Violenza
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Le risposte di Lan Awn Shee
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Yotsuya Kaidan
Oiwa si svegliò di colpo, senza più fiato. Un rantolo e un conato e si accartocciò su se stessa. Spalancò gli occhi, stordita, incapace di ridistendere le gambe. E poi fitte, fitte atroci dal suo ventre rigonfio. Ma non erano, quelle, il preludio del parto: per quanto non ne avesse ancora mai avuto esperienza, sapeva per istinto – terribile istinto – che la madre è destinata ad altro tipo di dolore.
Ansimò, annaspò, si contorse nella penombra della stanza, alla luce delle lampade del bel giardino, si aggrappò ai lunghi capelli, strinse, tirò, strappò.
«Che cosa...? Che cosa...?» riusciva solo a gorgogliare, arrancando come un insetto ferito verso di lui. Scivolò e crollò sul tatami, inerte.
«Che cosa...?» ripeté un’ultima volta. I suoi occhi sgranati erano già ciechi.
Iyemon amava le cose belle e aveva amato Oiwa perché era stata bella. Ma ora, seduto nel suo bel giardino interno alla sua bella casa, avvolto nel suo bel kimono e circondato da bellissimi fiori di ciliegio, il suo spirito era turbato. L’Orrore era riuscito a penetrare nel suo mondo perfetto ed era stato lui, proprio lui, ad aprirgli la porta.
Iyemon aveva amato Oiwa perché era stata bella. Aveva amato la sua bocca graziosa, la lucentezza dei suoi capelli, la vivacità dei suoi occhi neri. Oiwa era stata la sua bambola. Ma poi Iyemon aveva trovato una bambola migliore di lei, con una bocca più graziosa, capelli più lucenti e occhi neri più vivaci. E Iyemon, per questo, l’aveva voluta per sé. Ma la sua sposa, a quel punto, era diventata solo un ostacolo gradevole alla vista, una seccatura di cui liberarsi. Per fare spazio.
Era quasi deforme l’uomo dal quale aveva acquistato il veleno.
«Rapido» aveva detto quello, e tale qualità l’aveva allettato.
«Non c’è antidoto» aveva aggiunto ancora, e tale notizia l’aveva convinto.
Avrebbe dovuto immaginare che un essere tanto ributtante non potesse che trascinarsi dietro altrettanta ripugnanza.
Oiwa era morta, sì. Ma l’effetto del veleno le aveva fatto cadere i capelli in ciocche sanguinolente e gonfiare i suoi begli occhi fino a farli quasi schizzare fuori dalle orbite e annerire quella bocca che così spesso aveva amato baciare. Iyemon non aveva mai permesso a nulla di ripugnante di varcare la soglia del proprio mondo, ma ora il grottesco cadavere di una bambola rotta gli stava infestando la casa.
Non vedeva l’ora, Iyemon, di consegnare Oiwa alle fiamme. Che il fuoco rendesse polvere quella maschera infernale, e che la sua cenere fosse rinchiusa per sempre nell’urna e allontanata così dalla sua vista. Allora sarebbe stato finalmente libero. Libero da un matrimonio ormai ingombrante. Libero da un figlio ormai indesiderato. E soprattutto libero dalla bruttezza – no, non del suo gesto, ma della consapevolezza di dover sopportare che quel contaminante Orrore fosse fisicamente chiuso in una delle sue stanze.
Iyemon non dormiva più in quella che era stata la loro camera. Ormai quella era la camera di Oiwa. Lì era stata avvelenata, lì era stata ricomposta. Era intrisa irrimediabilmente della sua morte ributtante e lui mai più, mai più vi avrebbe rimesso piede, né avrebbe mai permesso a qualcun altro di entrarci.
Una sera d’estate percorreva il corridoio per raggiungere il giardino, alla ricerca di sollievo dalla calura. Il suo passo era al solito deciso ed elegante, eppure lo arrestò goffamente davanti alla stanza di Oiwa, come il coniglio che sa di essere stato notato dal falco.
Le porte erano chiuse, la casa silente, la carta di riso non rivelava ombre al di là dei fusuma 1. Eppure Iyemon se lo sentiva addosso. Uno sguardo pesante. Un respiro umido.
«Suggestione» si convinse, innervosito, e proseguì indenne.
Il brillio intermittente e delicato delle lucciole e la carezza della brezza serale tra le foglie delle piante gli restituirono la pace.
Era bello. Tutto quello era molto bello.
Osei era il nome della sua nuova bambola. Osei gli aveva cinto le spalle con le sue morbide braccia bianche e la seta del suo kimono era scivolata con un fruscio invitante sulla sua pelle liscia.
«Quando mi sposerai?» gli aveva chiesto sorridendo. I suoi denti perfetti rilucevano del chiarore delle lampade accese.
Iyemon le accarezzò la guancia tenera e calda, ma non rispose, e nemmeno lui sapeva spiegarsi il perché.
Sdraiato nel suo futon, quella stessa notte, percepì chiaramente un tocco lieve e viscido solleticargli il viso. Pensò ad un insetto e agitò la mano per scacciarlo, ma quella rimase intrappolata in un nido di fili sottili e umidi. Aprì gli occhi, turbato e vide. Sopra di lui, rannicchiata a testa in giù sul soffitto come un ragno, un’ombra lo osservava, il volto coperto dalla lunga chioma che gli aveva catturato la mano.
Urlò e balzò a sedere, e l’ombra già era scomparsa.
«Perché siete macchiato di sangue, Iyemon-sama?» continuavano a chiedergli i domestici accorsi, tremando, mentre le chiazze scarlatte addosso a lui rilucevano del chiarore delle lampade accese.
Iyemon si lavò furiosamente e ossessivamente, ma non rispose: nemmeno lui sapeva spiegarsi il perché.
Iyemon alla fine aveva capito di non essersi davvero liberato di Oiwa. Lui le aveva tolto la vita e ora lei era determinata a togliergli la pace. Lo seguiva, curva e sanguinante, le membra scomposte come un insetto ferito. Lo tormentava ovunque andasse, ovunque si nascondesse trovava il modo di imporgli la sua presenza, di seguirlo con quegli occhi che a stento le orbite contenevano, di disseminare la sua strada di grumi di capelli incrostati di sangue rappreso. Oiwa lo ossessionava, lo soffocava, lo nauseava. Ritrovava il suo sguardo angosciante nelle lampade dipinte delle sale da tè, tra le foglie verdi e i teneri fiori del suo giardino, tra la folla, nei templi, agli incroci delle strade. La sentiva incombere sul suo corpo stanco quando tentava invano di riposare. Perfino nei suoi sogni non vedeva altro che una bocca annerita muoversi senza emettere suono, articolando quell’unica alienante parola.
Che cosa...?
Osei era perplessa. Senza che riuscisse a capirne la ragione, Iyemon era deperito. Le sue guance erano incavate, la sua carnagione ingrigita, i suoi occhi arrossati da una inquitudine la cui origine nessuno sapeva spiegarsi. La sua postura, un tempo fiera e nobile, era diventata incerta e nervosa. Era come se, in poche settimane, fosse invecchiato di alcuni decenni.
Le sue vesti, però, erano sempre confezionate con le stoffe più preziose, la sua casa continuava a racchiudere come uno scrigno oggetto pregiati e raffinati, e soprattutto il suo prestigio di samurai non conosceva declino. E così la piccola Osei, la piccola ingenua Osei, continuava a credere che niente potesse darle più felicità che partecipare di tale nobiltà nel ruolo di moglie, e non capiva che la sua serenità non coincideva per forza con quella degli altri.
«Quando mi sposerai?» gli aveva chiesto ancora, avvinghiandosi nuovamente a lui.
Iyemon, distante, sembrava non averla nemmeno sentita. La vedeva, al di là dei fusuma, attraverso la carta di riso, quell’ombra curva che strisciava avanti e indietro. Con uno scatto quasi animalesco si liberò dell’abbraccio della fanciulla, balzò in piedi e, rabbiosamente, spalancò i pannelli, ritrovandosi solo davanti al corridoio deserto.
Iyemon era rimasto a fissare il vuoto sulla soglia per qualche tempo. Poi, senza voltarsi, aveva risposto: «Presto. Domani. Farò preparare tutto, subito. Domani.»
Così aveva detto e infine, prima di allontanarsi, aveva ridacchiato spettrale.
Osei, impallidita sotto il trucco accurato, non aveva osato muovere un muscolo, nemmeno per sorridere.
Oiwa poteva tormentarlo, ma non poteva impedirgli davvero di vivere la vita a modo suo. Non aveva potuto quando era viva, quando un po’ di veleno era stato sufficiente a toglierla di mezzo, e non avrebbe potuto neanche da morta, a meno che lui stesso non gliel’avesse permesso cedendo alla sua persecuzione. Iyemon aveva lungamente riflettuto ed era giunto ad una conclusione: l’unico modo per liberarsi da quella costante presenza ripugnante era mostrarle quando fosse inutile quel suo intestardirsi a torturarlo. E per farlo nella maniera più chiara e inequivocabile, avrebbe sposato Osei, la bambola nuova per la quale aveva sacrificato la bambola vecchia che non si voleva arrendere.
«Sei morta, Oiwa» sibilò all’ombra che lo scrutava da uno degli angoli della stanza. «Un mucchietto di cenere in un’urna non può fare niente se non riposare. È troppo tardi per una vendetta.»
A quelle parole, quella figura rattrappita scomparve e, per tutto il resto della giornata e della notte seguente, Iyemon per la prima volta dopo tanto tempo poté godere di una meravigliosa, confortante, pacifica solitudine.
Era bello. Tutto quello era molto bello.
Iyemon era inquieto. Nemmeno quella mattina Oiwa gli era apparsa, al punto che si era davvero illuso di essersi alfine liberato per sempre di lei. Tuttavia, dal momento in cui la cerimonia matrimoniale era iniziata, aveva ricominciato a percepire su di sé il peso angosciante del suo sguardo infernale. Più volte, durante il rito, si era guardato attorno, nervoso, cercando quella sagoma incurvata, sicuro che si fosse nascosta da qualche parte, ma senza riuscire a trovarla. Vuoti erano gli angoli, sgombro il soffitto. Le lanterne gli apparivano come lanterne, tra le foglie e i fiori del giardino del santuario non c’era altro che qualche uccello, i volti dei presenti gli sorridevano lieti.
Distratto, nervoso, aveva seguito il rituale ossessionato dalla presunta assenza di colei che – lui lo sentiva – era invece ben presente. Non aveva quasi degnato di uno sguardo la povera Osei, la piccola ingenua Osei, che si apprestava a diventare sua moglie.
«Dove sei?» mormorava Iyemon, digrignando i denti.
Un fruscio sottile lo riportò alla realtà. D’istinto si voltò verso la sua sposa che, timidamente, aspettava che egli pronunciasse il suo nome secondo il rito, guardandolo da sotto il velo nuziale. Si voltò verso di lei e gridò, indietreggiando inorridito: i suoi capelli lucenti cadevano a terra in groppi sanguinanti, i suoi occhi gonfi schizzavano quasi fuori dalle orbite e la sua bocca, quella piccola bocca graziosa, si era ridotta ad una macchia nera informe che gli sorrideva orribile.
Non trovò fiato per dire nulla, Iyemon. Ecco dov’era Oiwa! Ecco da dove lo stava guardando!
«Lasciami in pace! Devi lasciarmi in pace!» riuscì solo a pensare, mettendo mano alla katana.
Lei inclinò appena la testa, perplessa, fissando impietosamente le pupille scure su di lui. Un nuovo grido dell’uomo e le braccia si mossero da sole. Quel collo sottile non oppose resistenza al taglio della lama affilata. La testa recisa rotolò ai suoi piedi, mentre il corpo decapitato si accasciava al suolo tra le urla sconcertate dei presenti.
Iyemon si girò verso di loro. «L’avete vista? L’avete vista?» sbiratò spiritato tremando, reggendo spasmodicamente la spada ancora grondante, ma davanti a sé ritrovò quello stesso volto di cui credeva di essersi finalmente liberato. Oiwa sorrideva malvagia, soddisfatta.
Stordito, indietreggiò di qualche passo, quanto bastava per permettergli di riconoscere sul capo mozzato, pietrificato in un’espressione di terrorizzato stupore, il viso della sua bambola nuova, della sua bellissima Osei.
Iyemon barcollò, perdendo la presa della sua katana, scivolando sul sangue schizzato tutt’intorno. Tutti gridavano, dentro il santuario, ma lui non sentiva che la voce di Oiwa, ora chiara, ferma e divertita, ripetergli all’orecchio quella frase mai terminata.
«Che cosa hai fatto, Iyemon?»
1 I fusuma sono le porte scorrevoli decorate tipiche della casa tradizionale giapponese.
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