La Dama dei Ghiacci
Autore: Lan Awn Shee
Categoria: Originali
Avvertimenti: Nessuno
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Le risposte di Lan Awn Shee
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La Dama dei Ghiacci
"Ma chi è davvero? È una strega? È un fantasma?" chiese la piccola Bluma, attaccandosi alle ginocchia della vecchia nonna seduta sulla sedia a dondolo.
Sua sorella Guiliaine, di poco più grande, preferì rimanere seduta al suo posto, dando le spalle al vigoroso fuoco che ardeva nell'ampio caminetto. Il fuoco: la costante di ogni casa ad Engtor. E, anche se non aveva ancora avuto la possibilità di accertarsene, visto che era troppo piccola per viaggiare, era sicura che anche in tutte le altre città del regno di Eisenmark era lo stesso: le abitazioni potevano essere grandi o piccole, larghe o strette, povere o ricche, ma in nessuna, nemmeno in quella del più misero degli abitanti, sarebbe mancato il caminetto acceso. Il fuoco, in un regno tanto freddo come il loro, era semplicemente la vita.
La vecchia signora rise, smettendo di dondolarsi per paura di urtare la nipotina. Bluma era semplicemente deliziosa: una piccola bambola, un piccolo bocciolo che, ne era certa, avrebbe continuato a mantenere per sempre la sua fresca bellezza, la sua promessa di schiudersi. Le accarezzò i morbidi capelli dorati con la mano rugosa, risultando meno delicata di quanto avrebbe voluto. Non ci si sente mai abbastanza delicati toccando un fiore in boccio.
"Ancora questa domanda?" rise, fissando con gli occhi scuri ed orgogliosi la sua nipotina. Il suo futuro. "Non so più come dirvelo che non ne ho idea!"
"Non è colpa nostra!" si giustificò Guiliaine con un sorriso da furbetta, raggomitolandosi e cingendosi le gambe con le braccia. "Ma come si fa a non chiederlo, dopo aver sentito questa storia?"
La donna alzò gli occhi sull'altra sua nipotina. L'altro suo futuro. L'altro suo tesoro.
Guiliaine e Bluma si assomigliavano per certi aspetti, essendo sorelle, ma la loro somiglianza si notava solo se ci si metteva ad osservarle per bene, sia dentro sia fuori. La luce calda del fuoco illuminava i capelli rossicci di Guiliaine, dando l'illusione che un'altra fiamma stesse bruciando accanto al caminetto, mentre i suoi occhi di brace sorridevano dal visetto pallido, caratteristica tipica di una popolazione che veniva baciata molto di più dalla neve che dal sole. Se Bluma affascinava per quel suo sapore di primavera, di fiore in procinto di sbocciare, sua sorella ricordava la forza e la bellezza di una quercia.
"Come siete curiose, piccole volpi!" scherzò la donna, acchiappando Bluma e facendosela sedere sulle ginocchia tra gridolini divertiti e risate.
"Non sono una volpe!" protestò divertita la piccola, fingendo di divincolarsi, ma per niente desiderosa di abbandonare le ginocchia dell'amata vecchietta.
"Io sì, io sì!" rise Guiliaine, decidendosi ad avvicinarsi a sua volta e, scuotendo la testa in modo da sventolare il codino fulvo con il quale si era legata i capelli, aggiunse: "Guarda! Ho anche la coda rossa!"
La sorellina rise a sua volta e l'altra, contenta di aver suscitato ilarità, continuò la sua commediola: "Adesso vado a mangiare le galline!" minacciò, correndo verso la porta, ma venne anche lei acchiappata dalla nonna e fatta sedere sull'altra gamba rimasta libera.
"Aah, il feroce cane da guardia ha vinto e ha catturato le due volpi ladruncole!" continuò la nonna, cercando di usare un tono di voce sufficientemente profondo da ricordare quella di un burbero guardiano, mentre le due bambine cinguettavano felici.
Rimasero a coccolarsi tutte e tre per un po', cullate dal dondolio della sedia e dal bel calore forte che il fuoco emanava. Le loro serate si concludevano sempre in quel modo, e a nessuno dispiaceva: ogni sera, dopo cena, alle bambine era promessa una storia davanti al fuoco, era sempre stato così. Era stato così anche per la loro mamma, e anche per lei che era la loro nonna. Poteva sembrare noioso, ma non lo era, perchè nessuno aveva mai considerato noiosa l'idea di passare il proprio tempo con le persone che più amava sulla faccia della terra. Nulla esisteva di più prezioso per la vecchia Galiena che le due bimbe, e nulla era più bello per loro che sentire la voce calda e roca della loro nonna articolarsi in storie meravigliose, diventare principesse dai lunghi capelli e spade lucenti e castelli incantati.
Strette nel suo abbraccio, le due bambine erano tanto calme che Galiena pensò che stessero dormendo. Continuò a cullarle, protette dal suo immenso amore per loro, fino a che non sentì le sue stesse palpebre farsi pesanti. Si sarebbe addormentata così, se la voce di Guiliaine non l'avesse colta di sorpresa ad un passo dal sonno: "Sulla montagna della Dama dei Ghiacci ci sono le volpi?"
La donna sbattè gli occhi, un po' intontita, e poi guardò la testolina rossa della nipote: e così ci stavano ancora rimuginando sopra... Dovevano essere rimaste davvero molto affascinate da quella storia. A cadenze regolari – se n'era accorta – Guiliaine e Bluma si mettevano d'accordo per convincerla a ripetere quella leggenda e quella sera ci erano riuscite. Chissà cos'era che aveva fatto breccia: normalmente i bambini finivano per essere piuttosto spaventati da quella storia e lei si ricordava di non essere riuscita a guardare verso quella montagna per un bel po' di tempo, da piccola, dopo averne sentito raccontare la prima volta. Perché a tutti i bambini dell'Eisenmark veniva raccontata almeno una volta la leggenda della Dama dei Ghiacci, era impossibile che gli abitanti del regno in cui sorgeva il suo monte ne ignorassero l'esistenza. Del resto, non si poteva certo definire una favola della buonanotte quella di una gelida e glaciale regina dell'inverno e delle nevi, che prometteva la conoscenza a chi metteva in gioco la propria vita... All'accenno di quante persone erano morte, scagliate da lei impietosamente dalla cima della sua montagna, alla menzione dei teschi cavi in cui brindava con il suo sposo, il Vento del Nord, e sua figlia, al racconto di quanti corpi giacevano ai piedi del suo monte, cibo per i corvi di cui si circondava o statue trasformate dal ghiaccio di cui era padrona, quanti occhioni innocenti aveva visto spalancarsi, quante piccole bocche aprirsi, e quante tenere guance impallidire?
Accarezzò le morbide testoline delle nipoti: e così le nuove generazioni erano decisamente più coraggiose della sua...
"Non ne ho idea, tesoro..." le rispose sottovoce. "Non ci sono mai stata..."
"Jaeger dice che le andrà a cacciare..." biascicò Bluma, tenendo gli occhi di zaffiro chiusi. Era davvero più nel mondo dei sogni che in quello reale.
La nonna rise: "Jaeger è così piccolo che non riuscirebbe neanche a cacciare un polletto!"
"Quando sarà grande..." continuò la bambina bionda.
"Se Jaeger vuole cacciarle, vuol dire che ci sono" concluse Guiliaine.
"Ha promesso che me ne porterà una bianca..." continuò Bluma, scivolando su ogni sillaba tanto si sentiva assonnata.
"A me piacciono di più i lupi. I cuccioli che alleva Ulrik sono bellissimi..." sentenziò l'altra. "Se Bluma può tenere la volpe bianca, io voglio tenere uno dei suoi lupi."
"Volpi, lupi... ma che vi hanno fatto gli animaletti che normalmente si tengono in casa?" rise la vecchia.
Seguì un'altra pausa abbastanza lunga. I respiri delle due bambine si facevano sempre più regolari e profondi, segno che forse era ora che le portasse a letto.
Galiena stava per chiamare Dagmar, suo figlio, per aiutarla a trasportare le piccole nella loro stanza, ma ancora una volta venne sorpresa dalla vocina di Guiliaine, flebile più di un sussurro: "Io vorrei vederla..."
"Che cosa?" chiese la vecchia.
"La Dama dei Ghiacci..."
"E la sua montagna..." aggiunse Bluma.
Galiena non rispose subito: "Non è davvero il caso..."
"Vorrei sapere il suo nome..."
"Sciocchezze. Non pensateci nemmeno" rispose la nonna, cominciando a innervosirsi.
Finché si trattava di ascoltare una leggenda, andava tutto bene. Finché le bimbe si limitavano a fantasticarci sopra, non c'era niente di male. Ma non dovevano neanche farsi passare per l'anticamera del cervello la possibilità di andare su quella montagna né tantomeno di raggiungerne la cima, potevano perdere ciò che di più prezioso avevano... E che cosa sarebbe rimasto a lei, se i suoi due tesori più grandi fossero finiti giù da quel monte maledetto, ossa tra le ossa di un indistinto e macabro cimitero?
"Non vi è bastato sentire di quante persone sono morte a causa sua? Non vi ricordate più che brinda con i loro teschi? Con i teschi dei poverini che ha scagliato giù, e che poi sua figlia e i corvi al suo comando vanno a recuperare? Volete che la vostra testa diventi un bicchiere?"
"Ma solo se sbagliamo..." cercò di protestare Guiliaine, troppo assonnata per pensare di più.
"Basta con questi discorsi, o non vi racconterò più la storia! E dite anche a quell'incosciente di Jaeger che non si sogni neanche di andare a cacciare volpi laggiù: ce ne sono fin troppe nei nostri boschi, che si accontenti di quelle se vuole campare a lungo con la sua testa sul collo!"
Non ci fu risposta a queste parole. Le due bambine si erano definitivamente arrese all'attacco del sonno, abbracciate al corpo robusto della nonna. Con un sorrisetto, Galiena chiamò suo figlio, che si caricò i due dolci pesi e in poche falcate li depositò sui rispettivi materassi.
La donna rimase per un attimo sulla soglia a guardarle dormire infagottate tra le coperte: chissà se avevano sentito le sue ultime parole. Chissà se sentivano effettivamente il desiderio di vedere la Dama dei Ghiacci o se si trattava di frasi sconnesse, prodotte dal dormiveglia... Forse sarebbe stato meglio che Bluma e Guiliaine fossero nate paurose, come i bambini della sua generazione, la paura le avrebbe protette dal grandissimo errore di essere troppo curiose e di fare chissà quali sciocchezze.
Chiudendo piano la porta della loro stanza, si ripromise di non cedere più alle loro domande nè alle loro richieste di sentire quella leggenda. Per un po' era meglio dimenticarsi di tutta quella storia.
Lanciò un'occhiata preoccupata fuori dalla finestra, guardando a Nord, in direzione del monte. Svettava cupo, come ogni notte di cui aveva memoria, ancora più scuro del cielo notturno. Il problema era che di lei, della Dama dei Ghiacci, ad Eisenmark, non era possibile dimenticarsi. Non era proprio possibile.
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