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Autore: Phoenix_Bellamy
Categoria: Libri
Fandom: Harry Potter
Personaggi: Famiglia Weasley, sorpresa
Avvertimenti: nessuno

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Le risposte di Phoenix_Bellamy

P.R.O.M.I.S.E. : We were a family

Fabian e Gideon Prewett vengono citati da Alastor Moody ne “Harry Potter e l’Ordine Della Fenice” riguardo a chi faceva parte dell’Ordine nella Prima Guerra Magica. Le parole e la frase in neretto erano obbligatorie per la sfida su Freefans.net, dove ha vinto nelle categorie “Miglior Titolo” e “Miglior idea originale sviluppata sul tema”

"Promesso?" Le avevano chiesto, con la pedanteria tipica di due bambini desiderosi di conferme sul fatto che sarebbero stati portati alla prossima partita di Quidditch, insieme a papà.
A lei, quello sport, non era mai piaciuto. Quanti spaventi le aveva fatto prendere, giocandoci! Per loro era uno spasso fingere di perdere il controllo della scopa e schiantarsi quasi a terra, così come il furore sul suo volto quando si accorgeva che era tutto uno scherzo: era un vero e proprio spettacolo.
Ripensando a quelle stupide messe in scena non è che si meritassero una risposta affermativa, ma il conflitto aveva cambiato le carte in tavola.
Ora non era più una burla, il rischio era vero ed ogni rancore era futile al pensiero che forse, le stesse persone con cui si stava parlando in quel preciso momento, l'indomani non ci sarebbero più state.
"Promesso." Concesse, passandosi una mano sul ventre per sentire se qualcuno aveva a che ridire con l'accordo appena preso.
No. E nemmeno andava contro quella del marito, quando non volendo preferire la famiglia dell'una a quella dell'altro avevano deciso di escludere il parentado dalla rosa delle loro scelte.
Mai s'era fatto cenno alle iniziali, anche se in fondo era una concessione da poco. Avrebbe limitato un po' le loro scelte, ma d'altra parte non erano mica "X" e "Y"… di opzioni ne restavano diverse.

Raggianti furono i sorrisi che ricevette per risposta, rendendola ancor più soddisfatta della decisione di darla loro vinta. Non immaginava che fosse una questione tanto importante per loro, anche se ne poteva immaginarne il motivo.
A differenza di lei, non avevano messo su famiglia e se fosse successo loro qualcosa non sarebbero rimasti che due scarabocchi sul loro albero genealogico. Un'iniziale era ben poca cosa da perpetrare, ma era pur sempre meglio di niente.
Era comunque una stupidaggine. Avevano ancora tutto il tempo di trovarsi delle donne dalla pazienza sconfinata che li potessero sopportare per una vita intera.
Là fuori doveva pur essercene qualcuna disposta a raddrizzare quei due bambinoni.
Sebbene lei ne dicesse peste e corna, avendo passato l'infanzia a sfuggire ai loro dispetti e l'adolescenza ad essere umiliata dalle loro canzonature, non li avrebbe cambiati per tutto nulla al mondo. Eccetto, forse, di qualche abito nuovo per i nascituri.
Quando aveva avuto seriamente bisogno di loro c'erano stati.
In barba al buon rapporto che il minore dei due ancora aveva con i loro genitori, non s'era tirato indietro ad aiutarla nella sua fuga d'amore.
Il maggiore era perfino riuscito a recuperare la sua testimone di nozze, convincendo la vecchia zia Muriel che l'evento era talmente esclusivo che non c'era da preoccuparsi che fossero solo in cinque, incluso l'officiante del rito, alla cerimonia. Tutto nella norma.
Così s'era risolto anche il problema di dirlo ai suoi, visto che quella donna non era stata capace di tenere il segreto neppure per un giorno.
L'avevano difesa dall'ira di mamma e papà, che la ritenevano troppo giovane per compiere un passo del genere, tanto che s'era scelta il peggior partito sul mercato. Un traditore del proprio sangue, uno schifoso Babbanofilo ed altri appellativi che non aveva sentito, trascinata via prima di rivolgere la bacchetta contro il proprio padre.
Avevano calmato le acque, quando quest'ultimo si era presentato al San Mungo per conoscere il primo dei suoi nipoti ed erano perfino riusciti ad assicurarsi che, andato a casa, avrebbe messo una buona parola con la mamma.
Non che dall'oggi al domani avessero approvato la sua scelta, però avevano cominciato a rispettarla, a non fingere che lei non avesse alcuno sposo o a parlando male di questi, ignorando i suoi sentimenti.
Nessuno dei due faceva segreto di non ritenerlo abbastanza per la loro bambina, ma perlomeno glielo dicevano in faccia. Il che era già un progresso.
Tutto grazie a quei due perdigiorno, su cui lei non avrebbe scommesso un galeone.
Quando aveva fatto cenno al prezioso aiuto che le avevano dato, loro avevano scrollato le spalle, sostenendo che fosse stato per il puro fascino dell'avventura, eppure lei aveva sentito che la scherzosa giustificazione era un testimonianza del loro affetto.

Ma non erano solo dei fratelli discreti.
Maghi come loro, nell'Ordine, erano un ponte tra le giovani leve - tipo i Longbottom, ragazzini appena usciti da Hogwarts - e maghi più anziani ed esperti come i McKinnon o Moody.
Alastor non era riuscito a trascinarli nel suo esercito di Auror, ma nonostante non fossero alle sue dipendenze si fidava molto più loro che dei sottoposti che lui stesso aveva preparato alla battaglia.
Non era difficile immaginare il perché: erano uomini leali, coraggiosi, che piuttosto che tradire i propri amici avrebbero sopportato qualsiasi tortura. Persone che per la famiglia avrebbero fatto qualsiasi cosa. Ed era chiaro che in essa avessero incluso anche ognuno di quelli che combattevano contro Tu-Sai-Chi.

Da sorella non sapeva esattamente giudicare il loro fascino, ma brutti non erano. Per metterla come nelle fiabe che le venivano raccontate da piccola, e che teneva in serbo per il momento in cui, finalmente, fosse nata una femminuccia, loro non avevano la delicata bellezza di principi bensì lo splendore dei valorosi eroi da cui una donna poteva sentirsi protetta. Insomma, c'era da fare la fila per due così!
Tanto peggio per le altre, se non sapevano guardare oltre la loro insana passione per il pericolo, la scarsa attenzione che avevano per le loro cose e la mancanza d'ambizione per eccessiva pigrizia. Chi era privo di difetti, in fondo? Nessuno.
Avrebbe continuato ad averli entrambi per se finché quelle stolte non se ne fossero accorte.

Onestamente non si poteva neanche dire che loro si stessero sforzando per trovarsene una da prendere in sposa. Si lamentavano di esser soli ed invidiavano, neanche troppo velatamente, quello che aveva costruito.
Poi, però, si aspettavano che la consorte perfetta piovesse loro dal cielo; si ritrovavano a fare questi discorsi in cui parlavano come se non avessero che poche ore davanti a loro.
Li trovava insopportabili. Anche se ogni giorno qualcuno perdeva la vita per mano dei Mangiamorte, e la superiorità numerica di questi era schiacciante, rifiutava di contemplare l'idea che la stessa sorte potesse toccare ad uno dei suoi cari.
Era del tutto indifferente che si trovassero in prima linea contro quei criminali o se ne stessero tranquilli a casa propria.
La morte non poteva toccarli perché lei li amava. Non contava qualcosa, questo?
Chiuse gli occhi, con una smorfia di dolore sul volto, al solo pensiero del rischio che effettivamente correvano tutti loro. Doveva smetterla di pensarci, macerarsi l'anima per la preoccupazione non avrebbe giovato nessuno, soprattutto non ai bambini.
Perché non poteva continuare ad organizzare matrimoni o ad immaginarsi le sue future cognate, soggetti senz'altro più allegri o spensierati?
Per quanto si sforzasse, però, le era impossibile tornare a pensare a tali futilità.

"Ehi, tutto bene?" Le domandò immediatamente il fratello più grande, che era appena tornato con della Pozione Corroborante da farle bere. "Prendi questa, starai meglio." Aggiunse, credendo che si trattasse di normali crampi dovuti alla gravidanza.
"Sì." Mentì, osservando con la coda dell’occhio l'altro. Occupato, davanti al camino, a raccontare ai suoi figli le ultime gesta compiute, aggiungendoci dettagli romanzati come feroci branchi di lupi mannari e draghi mostruosi, pieni di punte acuminate sul dorso e dalle fiamme che distruggevano ogni cosa al loro passaggio.
Tutti e tre lo ascoltavano rapito, osando appena respirare per non disturbarlo nella sua entusiasmante narrazione.
"Porterai anche me a caccia di draghi, eh zio?" aveva chiesto il secondogenito, non appena il resoconto era finito.
"Quando sarai grande." Rispose vagamente, facendo incrociare le braccia e mettere il broncio al piccolo.
"Lo dicono sempre anche mamma e papà." Sospirò, insoddisfatto. "Ma quando sarò grande? E non mi dire domani. Sono un bambino, ma mica sono stupido."
"Quando avrai tre volte l'età che hai ora, non sai ancora grande abbastanza." Gli disse con una serietà che zittì ogni rimostranza. "Mettiti il cuore in pace, non sarà né domani né dopodomani."
"Non lo sarò mai!" Si oppose, incupendosi ancor di più.
"Certo che lo sarai! Che pensi, che noi tre siamo nati già diciassettenni?" Si accovacciò, cercando di mettersi alla stessa altezza del suo interlocutore, ma ricevette una scarica di pugni sul ginocchio. Allora si lasciò cadere, come fosse stato colpito mortalmente da una freccia, e si girò verso il bimbo allampanato che finora s'era tenuto fuori dalla discussione. "Weasley, va ad avvisare il campo base che siamo stati attaccati… io tenterò di trattenere il nemico il più possibile." Mormorò, approfittando del fatto che il succitato avversario si fosse avvicinato abbastanza da rientrare nel raggio d'azione del suo impietoso solletico.
Il Weasley in questione si calò subito nella parte, osservando se ci fossero civili nelle vicinanze da mettere in salvo.
Un inerme infante, che camminava con passo incerto fu la sua priorità, ma questi si mise a gridare non appena tentò di trascinarlo per un braccio, costringendolo a voltarsi verso il suo superiore, ancora occupato contro le forze ostili.
"Signore, i cittadini non si fanno salvare!" Dichiarò, strattonando con maggior forza il fratellino, che proprio non ne voleva sapere di collaborare ed aveva puntato i piedi a terra.
Stava quasi per sgridarlo lei, dicendogli di lasciar stare il piccolo se non aveva voglia di giocare con loro, quando il fautore di tutto quel chiasso riuscì a tenere a bada i mordaci fendenti del temibile oppositore quanto bastava per rispondere al suo sottoposto.
"Cercar di far valere la ragionevolezza sulla paurosa titubanza del popolo è giusto, Weasley, ma non sempre c'è tempo per farlo. Lascia perdere quello stolto e vai!"
Lo stolto, non comprendendo l'appellativo che gli era stato appioppato, non s'offese ed il suo presunto salvatore fu abbastanza soddisfatto dalla risposta da lasciarlo stare una volta per tutte.
Osservò i due sul divano. La mamma non si sarebbe smossa, se non per mettere fine ai giochi perciò si diresse con passo sicuro verso l'altro zio, chiedendogli aiuto.
"Anche qui siamo a corto di truppe ed io non posso abbandonare il mio avamposto, ne va della sicurezza della regina." Gli venne riposto. "Conto sul vostro valore, fin quando non arriveranno uomini da mandarvi in soccorso." Concluse, poggiandogli una mano sulla spalla.
"Ci può contare!" Ribatté con orgoglio, per poi ritornare sul luogo dello scontro a comunicare la notizia.
"Da quel che mi ricordo, io non ero coinvolta nemmeno a forza nei vostri giochi." Non poté che constatare lei, guardando il figlio allontanarsi. "E quelle poche volte che succedeva, ero sempre qualcosa di poco edificante. Tipo un animale da soma."
"Sei una femmina, che ti aspettavi?" Affermò, ricevendo una gomitata in cambio. "Lungi da me mancare di rispetto alle donne, sorellina." Rettificò massaggiandosi il fianco. "Ma il vostro valore non è lampante ai nostri occhi finché non si raggiunge quell'età in cui cominciamo a dannarci per un po' della vostra attenzione. Ed allora siete voi a pensare che siamo un branco di idioti."
"L'opinione non cambia poi molto con il passare degli anni, sai?" Lo fulminò con lo sguardo, anche se gli angoli delle labbra si stavano piegando in un sorriso. "Con le dovute eccezioni, certo."
"Prima o poi penserai che anche lui lo è." Le disse, con tono di sfida.
"Probabile." Disse, in tutta tranquillità. "Siete maschi, che ti aspetti?" Gli ritorse contro la domanda, costringendolo alla resa.
Posò, poi, la testa sulla sua spalla e si mise ad osservare il crepitio del fuoco, in attesa che dalle fiamme apparisse il suo amato. Alzò gli occhi e notò che il fratello stava sonnecchiando; perciò, per evitare di svegliarlo, ne prese il polso per controllare che ore fossero. Non senza qualche difficoltà, giacché perfino il quadrante, ormai, risentiva delle mirabolanti cadute che il suo proprietario gli aveva fatto fare.
Si era fatto piuttosto tardi, ma solitamente avvisava se non tornava per cena. Capitava di rado e non certo quando a casa c'erano ospiti, tanto più sapendo che i cognati sarebbero presto partiti per una rischiosa missione.
Andare a controllare il vecchio orologio del nonno sarebbe servito a poco. Da quando l'avevano appeso al muro nessuna lancetta s'era spostata da 'Pericolo Mortale', facendole dubitare più di una volta che funzionasse veramente.
Nonostante l'apprensione, anche le sue palpebre cominciarono a farsi pesanti, e finì per addormentarsi senza nemmeno accorgersene.
Quando si svegliò aveva il capo appoggiato alla spalla di un uomo decisamente più asciutto del fratello. Cercò la sua mano e la strinse con forza, felice di averlo a casa sano e salvo.
I bambini erano ora diventati cacciatori di draghi e si rincorrevano tra le gambe degli zii, impegnati ad apparecchiare la tavola e preparare la cena.
"Non è il caso…" Protestò flebilmente, cercando di alzarsi. Sentendosi ancora un po' intontita, fece cenno al compagno di alzarsi.
"Sì che lo è." Replicarono all'unisono, invitandoli a rimanere seduti.
"Ci siamo presentati a casa tua senza alcun preavviso, è il minimo che possiamo fare." Rispose quello che stava armeggiando con posate e stoviglie.
"Sappiamo che non sei fatta di porcellana, ce l'avrai fatto presente almeno un milione di volte per ognuno di quei tre." La prese in contropiede l'altro, anticipando ogni precisazione su come la sua condizione non le impedisse di fare le faccende di casa. "Ma non ci costa niente darti una mano."
Dubitava che l'offerta includesse anche un soggiorno per tutti e sette in ospedale. "L'intossicazione alimentare non è esattamente in cima alle mie aspirazioni." Borbottò, andando a sorvegliare che cosa bollisse in pentola.
"Donna di poca fede!" Fu bacchettata scherzosamente con un cucchiaio di legno, ma ciò non la fece minimamente arretrare. Anzi, glielo sfilò dalla mano e lo usò per assaggiare il minestrone. "Se esistesse una Coppa dei Cuochi migliori d'Inghilterra, sta pur sicura che la vincerebbe il sottoscritto." In effetti era commestibile, con suo immenso stupore.
Seppur non fosse che una semplice zuppa, non ebbe il cuore di zittire il delirio megalomane del fratello, che ormai già s'immaginava il più grande chef del mondo. Si limitò a scompigliargli la zazzera rossa amorevolmente.
Il signor Weasley stava tentando, con scarsi risultati, di riportare i figli all'ordine, prima che si rovesciassero qualcosa addosso, e ci mancò poco che quello di mezzo si schiantasse a tutta velocità contro una sedia.
Scampata la collisione per un soffio li mise a tavola. Solitamente ci voleva una furente minaccia della madre per farli stare al loro posto finché non avessero finito di cenare, eppure non provarono neanche ad alzarsi.
La superiorità numerica doveva esser loro evidente. Inoltre, supponeva che dov'essere incominciato nelle loro testoline il "periodo ricompensa".
Quello che cancellava ogni guaio commesso fino a quell'istante, in virtù di una buona condotta finché gli zii non fossero andati via.
In cambio ottenevano sia i loro regali che un premio dai genitori. Diverse volte era loro capitato di rimanere a mani vuote, particolarmente in quelle occasioni che per noia avevano iniziato ad usare i cucchiai come catapulte del cibo o si erano tirati calci sotto il tavolo. In generale, qualsiasi tentativo di rendere meno palloso il pasto metteva a rischio i loro doni, anche se spesso e volentieri i grandi chiudevano un occhio su una marachella occasionale. A parte la mamma, dotata di una supervista e ed superudito a cui non sfuggiva nulla: lei non lasciava correre un bel niente.

Massima tranquillità regnò quindi durante la cena, cosicché fu possibile toccare svariati argomenti di conversazione. Alcuni, però, erano appena accennati; in fretta si passava a parlare di altro.
Con dei soggetti impressionabili a tavola certo non si poteva andare nel dettaglio degli scontri bellici e non era neanche nelle intenzioni dei convitati.
Il rifugiarsi tra quelle mura significava dimenticarsi per un paio d'ore di cosa li aspettasse là fuori
Era un tacito accordo fatto la prima volta che uno di loro era arrivato lì ferito. Alla domanda di uno dei bambini su perché lo zio fosse ferito, lei s'era inventata che era stato un drago ad attaccarlo.
Appena si era ristabilito avevano preteso un resoconto dettagliato di ciò che era accaduto, e così erano nati i racconti di caccia che tanto li appassionavano.
Mentire su ciò che facevano, come se fossero dei temibili assassini, non andava loro tanto a genio. L'aperta discussione della questione, però, era sempre stata evitata. Già sapevano che la controparte sarebbe stata irremovibile e che non avrebbero ricevuto alcun aiuto in chi le sedeva a fianco, pronto com'era a prendere subito le parti della moglie.
Indubbiamente, le motivazioni a suo supporto erano buone. Nessuno dei tre aveva l'età per partecipare attivamente agli scontri; due di loro, addirittura, non avrebbero afferrato il concetto stesso di guerra.
Sarebbe venuto il momento di spiegarglielo, certo, ma non si poteva certo farle una colpa di volerli proteggere più a lungo possibile da tali orrori.
Ritenevano che i bambini non fossero ingenui come credeva lei e che sentissero che qualcosa veniva loro nascosto. Anche se non veniva toccato l'argomento, era sufficiente l'inquietudine sui loro volti per far capire loro che si stava vivendo in tempi bui.
Tuttavia, seppur insofferenti a regole o limitazioni di alcun genere, non avevano mai approfittato di momenti in cui lei non era presente per metterli al corrente.
Pur non condividendo le sue scelte, le rispettavano.
D'altra parte, chi erano loro per sindacare su come fossero tirati su i figli degli altri, seppur fossero loro parenti?

In barba a tutti i loro buoni propositi, un falco argenteo scese in picchiata sul tavolo, attirando immediatamente le attenzioni dei più piccoli. Solo dopo un attento esame di tutti i presenti, sotto il suo sguardo penetrante ed indagatore, il Patronus parlò.
"È stato avvistato un nuovo Marchio Nero, sopra Casa Bones. Nessun superstite. Raggiungetemi Sapete-Voi-Dove, per riportare l'ordine tra i vicini di Edgar e pattugliare le dimore di altri soggetti a rischio. Dubito che s'arrischierebbero ad attaccare di nuovo stanotte, ma la vigilanza non è mai troppa." Detto questo svanì, lasciando tre dei commensali elettrizzati d'aver visto un animale parlante - nonché evanescente - e gli altri quattro totalmente sconvolti.
Che i loro avversari fossero persone tanto vili da non riconoscere un campo di battaglia, ma di colpire anche tra le mura domestiche, non era un mistero.
Ciò che avevano sottovalutato era l'efferatezza di questi individui. Ingenuamente avevano creduto che, essendoci tra costoro anche padri e madri, la consuetudine fosse quella di far fuori l'elemento di disturbo ai loro piani, Schiantare il resto dei presenti ed andarsene lasciando la loro firma sopra l'abitazione visitata.
Non avevano messo in conto che ci potesse essere anche qualcuno capace di sterminare un'intera famiglia, come se avere lo stesso sangue di un oppositore del proprio leader bastasse a meritarsi la morte.
"Cos'è il Marchio, mamma? E' quello che si vede sui giornali? Siamo anche noi in pericolo?" Chiese il figlio maggiore, risvegliatosi dallo stupore della visita ed afferrato vagamente il significato del messaggio del volatile. La sua preoccupazione inquietò anche il secondogenito, che si mise a fare domande a raffica un po'a tutti.
"Calmatevi, tutti e due. Nessuno qui è in pericolo." La madre li rassicuro entrambi, fulminando con un'occhiata chiunque stesse per aprir bocca e controbattere. "Quanto al Marchio, domani vostro padre vi spiegherà di che si tratta." Incenerì pure lui, reo di aver lasciato copie della Gazzetta incustodite. "Ora andate a prepararvi per la nanna." Li istruì. "Metto a letto vostro fratello e dopo verrò a leggervi la favola di Babbity Rabbity, okay?" Concluse con un tono che non concedeva spazio ad alcuna lamentela.
'Che fregatura.' Brontolarono, mentre entravano nella loro camera. I grandi li stavano mandando a dormire perché non volevano che sentissero i loro discorsi. Questo poteva anche starci, perché una delle cose più affascinati degli adulti era tutto quel mistero di cui amavano circondarsi. Non era giusto, però, che venissero mandati immediatamente a letto, evitando di menzionare ricompense o regali. Dopotutto non avevano fatto nulla che giustificasse una tale punizione e nessuno aveva dato spiegazioni a riguardo.
Fu loro sufficiente scambiarsi un'occhiata per accordarsi: sarebbero sgattaiolati fuori dai loro letti non appena avrebbero sentito la mamma scendere gli scalini. Poi l'avrebbero seguita con circospezione, attenti a fermarsi in un punto della scala che si diceva in cucina e non essere subito scoperti. Sembrò loro un'eternità, prima che potessero mettere in atto il loro piano, ma poco prima di addormentarsi riconobbero il suono che dava loro il via libera.
Se li avesse scoperti avrebbero sempre avuto la scusa che s'era dimenticata della favola, dopotutto, quindi scesero con una certa tranquillità.
Non si poteva dire che la stessa calma regnasse al piano di sotto.
Nessuno gridava, anzi regnava il silenzio più assoluto, ma la tensione si poteva tagliare con un coltello. Mamma guardava gli zii come se avessero invitato loro stessi il falco. Uno contraccambiava con uno sguardo carico di disapprovazione, mentre l'altro sembrava piuttosto avvilito.
"Be', spero non saremo troppo occupati con la caccia ai draghi se mai avrai bisogno di noi." Borbottò il primo, tirando fuori la propria bacchetta.
"Vorrà dire che ce la caveremo da soli, grazie tante." Bofonchiò di rimando con acidità, ma i suoi lineamenti si distesero a poco a poco, vedendo che nonostante tutto entrambi esitavano a partire. Temevano per lei, nonostante non reputassero il cognato un perfetto incapace. Contro uno stuolo di Mangiamorte, se non eri Silente, avevi poche possibilità di cavartela. E forse nemmeno lui sarebbe stato capace di difendere contemporaneamente altre quattro persone.
"Sì, però poi non venire a piagnucolare da noi se non riesci a far schiodare zia Muriel da casa, eh." Scherzò l'altro, facendo trasalire i due sulla scala. Avevano avuto a che fare con la vecchia signora solo una volta, per una breve serata, e non avevano fretta di ripetere l'esperienza.
Era noiosa ed aveva un pessimo gusto in fatto di regali, mica come i suoi nipoti. E poi aveva sempre da ridire su tutti, perfino su degli audaci cacciatori come loro. Durante quella famigerata cena aveva addirittura osato definirli incapaci, ma era stata prontamente zittita da una cucchiaiata di purè in faccia. Il vero colpevole di tale misfatto non era stato né individuato né punito, anche se la mamma si era scusata mordendosi le labbra. Sebbene non l’avrebbe mai ammesso, doveva ritenerla odiosa pure lei. Poco meno di quanto lo era per loro.
"Me ne occuperò io, dopotutto non è mia parente." Ribatté il papà, con giovialità. "Non in senso stretto." Aggiunse, dopo aver ricevuto una sonora gomitata nelle costole. "Mai sottovalutare il nemico, Weasley. Ma sai com'è, siamo magnanimi in fondo. Un gufo e può darsi che prenderemo in considerazione l'idea di aiutarvi." Sorridendo scrollò le spalle.
Poi si fece serio guardando l'ora sul suo orologio dorato.
Tornò un'espressione cupa anche sul volto degli altri, al suo "Dobbiamo andare."
"Alastor ci avrà dato per dispersi, ormai." Anche lui prese la bacchetta dalla tasca, pronto a Disapparire.
"No! E i nostri regali?" Lo fermò una voce acuta, infantile. A nulla valse la mano messa davanti alla bocca dal suo complice. Erano stati scoperti.
Tutti si voltarono verso di loro, individuandoli.
"Li lasceremo in consegna ai vostri genitori, non vi preoccupate. Ora filate a dormire, avanti!" Ordinò energicamente il più giovane tra gli zii.
"Ma non potete darceli voi domattina?" Chiese ancora il bambino, con una nota di disappunto. Metà della bellezza dei doni stava nella storia che c'era dietro ognuno di essi: non era la stessa cosa riceverli dalla mamma per cui erano paccottiglia o dal papà il quale non erano affascinanti come oggetti Babbani.
"Mi dispiace, non possiamo rimandare questo impegno. Dobbiamo partire oggi stesso e non ti posso promettere che per domani saremo di ritorno. Non sarebbe gentile da parte nostra, però, farvi aspettare fino a quando non avremo finito." Si scusò l'uomo.
"Aspetteremo, allora." Dichiararono in coro. "E i regali saranno ancora più belli, promesso?"
"Promesso." Dissero i due. Successivamente, ricordandosi di un altro giuramento che era ancora in ballo, si voltarono verso la sorella. "E tu ricordati della parola data."
"Sì." Sospirò lei. "Fred e George, capito."
"Cosa?" domandò il marito, curioso, non sapendo di cosa stesse parlando.
"Fred e George, da Fabian e Gideon. Loro sanno a cosa mi riferisco!" Sbuffò Molly, infastidita che mettessero in dubbio che lei non l'avesse presa seriamente e non c'avesse già pensato.
"Avrei optato per Gael e Finn, ma c'erano scelte peggiori. Francis, in onore del tuo primo amore e Gary come quel Cercatore a cui sei morta dietro per – " Prima che Gideon potesse finire, lei gli aveva pizzicato la guancia fin a fargli uscire le lacrime agli angoli degli occhi.
"Non dovevate andare?" Ricordò loro, osservando le bacchette nelle loro mani.
"Sì, sì, andiamo." Le fece il verso, fingendosi seccato, e scomparì seguito a ruota da Fabian.

Solo una volta che i fratelli erano usciti, pronti a raggiungere la resistenza, Molly sentì il peso del messaggio sentito durante la cena. Con loro presenti era molto più facile credere che tutto andasse bene, che davvero la loro incolumità non sarebbe stata messa a repentaglio.
Rimessi i bambini a letto, restò in piedi gran parte della notte, incapace di andare a dormire all'idea che potessero fare la fine dei Bones. La convinse dopo molte insistenze Arthur, che fece la guardia fino al sorgere del sole.
Non si palesò alcuna minaccia.

Enemmeno nei giorni seguenti, finché non ritornarono alla loro quotidianità. Gideon e Fabian non si erano più fatti sentire. D'altronde, ogni giorno comparivano articoli sugli scontri tra i Mangiamorte e l'Ordine della Fenice. Dovevano essere così impegnati da non riuscire nemmeno a ritagliarsi un attimo per far avere loro notizie. Molly si tranquillizzava nel non leggere i loro nomi fra le righe di quei servizi.
Anche se, alcune settimane dopo, li fece sussultare l'arrivo di due gufi.
Dopo essersi assicurati che i pacchi non fossero esplosivi, li diedero ai loro figli, in fibrillazione all'idea di cosa potesse esser loro arrivato.
I pacchetti erano, infatti, indirizzati a Bill, Charlie e Percy. Allegate c'erano anche delle lettere, di cui Arthur passo in rapido esame il contenuto. Le riconsegnò poi al più grande, raccomandandogli di leggerle al di fuori della portata delle orecchie della madre.
I bambini, quindi, attesero che uscisse a sorvegliare papà nella disinfestazione del giardino – per gli gnomi non esistevano stagioni – e solo allora andarono a chiudersi in camera, per scartare ciò che avevano ricevuto.
Bill, lesse ad alta voce la prima lettera:

Charles, ogni promessa è debito.
Ci terrei davvero molto a mantenerla nel più breve tempo possibile, ma se davvero devo farti aspettare mesi, allora è meglio che allieti la tua attesa con un piccolo pensierino.
Un giorno andremo a vedere i draghi, insieme. Così ti potrai fare un'idea, anche se non andremo a caccia. Potresti trovarli così meravigliosi da non voler più far loro del male, non saresti il primo ed io ti capirei. William: non far leggere questa lettera a tua madre, altri enti appena torno faccio sparire tutte le tue Gobbiglie. Spiega a tuo fratello cosa non capisce, se non ti spiace.

Non far impazzire tua madre, non senza di me.
Sai di cosa sono capace.

Sempre vostro con affetto,

Gideon


"Riassunto: ti porterà con lui a vedere i draghi se non fai arrabbiare la mamma." Spiegò preventivamente Bill al fratellino, porgendogli il pacco a lui spedito.
Dentro la prima scatola ce n'era una più piccola, all'interno di essa un'altra e così via finché in una poco più grande di un pugno non trovò il modellino di un Ungaro Spinato.
A chiunque sarebbe parso un esemplare dall'aspetto alquanto minaccioso, ma Charlie se ne innamorò a prima vista, mettendosi ad accarezzarlo come se fosse un gattino.
William, ti risparmierò i toni altisonanti di quel rimbambito di tuo zio – sai come sono fatti i fratelli minori, no? – e ti regalo uno dei miei più cari monili.
Non ti dirò di trattarlo con cura, perché neanche io l'ho mai fatto, ma mi piacerebbe scorgertelo all'orecchio un giorno. Evitando, magari, che Molly ti stacchi il lobo.
Avrei potuto dartelo più avanti, ma qualcosa m'ha detto di farlo ora.
Assecondami e mettilo da parte… D'accordo?

Ho anche lasciato qualcosa per Percy. Nemmeno lui potrà farci qualcosa per molto, molto tempo.

Si fa quel che si può, ragazzi.

Statemi tutti bene, e non maleditemi troppo per la scelta, siamo intesi?

Fabian

Si trattava di un orecchino a forma di zanna. Non sapeva dire esattamente se gli piacesse o meno, però lo mise comunque al sicuro, rimandando il giudizio al ritorno dello zio, quando cioè avesse saputo dove l'aveva trovato.
Se fosse stato il canino di un Gramo cambiava tutto, eh.
L'altro regalo, invece era l'orologio dorato da cui non si separava mai. Sapevano che gliel'aveva regalato il nonno per la maggiore età, non c'era nessun alone di mistero che lo circondasse. Eppure l'enigma stava nel perché l'avesse dato via.
Qualcosa gliel'aveva detto, ma cosa?
Corsero giù a mostrarlo alla mamma, che lo guardò dapprima con stupore e poi con rabbia, stringendolo con tanta forza da ammaccarlo ancor di più.

"Quello stupido." Disse, così arrabbiata da non chiedere nemmeno a Bill e a Charlie cos'avessero ricevuto. Questo fatalismo l'aveva veramente stancata.
Fabian e Gideon sarebbero tornati vittoriosi ed insieme alla nascita dei gemelli avrebbero festeggiato anche la caduta di Tu-Sai-Chi.
Innegabilmente era fin troppo ottimistico pensare che sarebbe finita in tempi così brevi, ma sull'esito non aveva dubbi.
Avrebbero ammirato insieme l'alba di un giorno in cui non ci sarebbero più lotte.
Dopotutto anche loro avevano fatto la loro promessa, quando l'avevano portata a celebrare le sue nozze.

Ci saremo sempre per te. Sempre. Ci puoi giurare, sorellina.