Autore: Hipatya
Categoria: Originali
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Le risposte di Hipatya |
Notturno di Natale
Mi sembrava doveroso aggiungere un paio di spiegazioni, questo se mai digitaste “Julian Bliss” su Google.
Julian Bliss esiste davvero.
È un clarinettista inglese con un vero e proprio talento straordinario, ma naturalmente non ha un secondo nome, Christopher nella fattispecie, e soprattutto ha diciassette anni, non quasi trenta come il Julian di questa storia. Inoltre, il “mio” Julian C. Bliss non è un clarinettista dalle capacità folgoranti, mentre il vero Julian Bliss lo è, e la riprova è che calca i palcoscenici di tutto il mondo a soli diciassette anni.
Il 25 gennaio di quest'anno (2007), Julian Bliss suonerà con l’Orchestra della Toscana nel teatro della mia città. E’ ovvio che sarò in prima fila ad applaudirlo. Infatti, la storia è nata soltanto leggendo il suo nome sull’opuscolo: adoro il suono che ha il nome Julian Bliss, e il fatto che in inglese bliss significhi felicità è per me un valore aggiunto.
Mi scuso con eventuali intenditori di musica, dato che non ho mai suonato uno strumento, e ho potuto documentarmi solo per quanto è possibile a una “profana”. Infine, Questa storia ha partecipato alla Terza Sfida di Out of Time, classificandosi terza a parimerito. |
Julian Bliss.
Julian Christopher Bliss.
Clarinettista di professione.
Che non stacca mai dal lavoro, neanche quando pendule scintille di neon coronano le strade, e i suonatori seduti sotto ai lampioni si scatenano all’unisono sull’onda di sempreverdi Jingle Bells, Let it snow, Silver Bells e un nutrito repertorio di canti natalizi.
Dalla sala prove ogni tanto riusciamo a sentire qualche nota trascinata dal vento, prodotta dallo scalcagnato violino di un artista accampato poco lontano dall'ingresso secondario; solitamente i ragazzi ne ridono: viene a sfidare noi professionisti, li senti esclamare, è partita persa, stracciata. Vero, ne convengo anch'io: siamo ottimi elementi. Poi è raro che quel poveraccio arrivi alla fine di un brano senza un paio di stecche clamorose, capaci di far aggrottare cupamente la fronte al maestro.
La gente che cammina non se ne accorge: anche se da queste parti è pieno di musicisti, teatranti e artisti di vario genere, è difficile che la gente dia ascolto a qualcuno che strimpella un violino, a meno che non indossi un tight e non sia su un palcoscenico.
Noi veniamo pagati per i nostri spettacoli; lui racimola a stento qualche penny per il caffè e le sigarette. O per il vino, come dice compunta la Donnolly, con il naso arricciato e un severo chignon a piegare i ribelli riccioli castani, mentre accarezza con amore il suo pianoforte, pronta a moraleggiare sul mondo. Un goccio di vino ti scioglierebbe un po', ribatte Delaney, violoncellista, con un brillio sagace negli occhi. Dopodiché preludio e infine trionfo di un silenzio gonfio di rancore. Tutti sanno che la Donnolly non ama le prese in giro a suo carico, perfino il maestro l'ha capito.
Il fascino di far parte di un'orchestra scema un poco, in questo periodo: prove giornaliere dell'Ave Maria di Schubert, carole natalizie, messe di Haydn e Te Deum. Inoltre è opinione comune che quest'anno il Grande Concerto di Natale, da tenersi il diciannove dicembre, sarà grandioso. Come l'anno scorso, e l'anno prima ancora.
Monotono, già.
Il maestro, con aria risentita, tentenna leggermente la bacchettina sul leggio.
"Non ci siamo." pronuncia laconico, prima di scuotere lentamente il capo.
"Signori, vi prego: non abbiamo più mesi e mesi per provare." borbotta, lanciando un lungo e penetrante sguardo che abbraccia tutta l'orchestra.
"Chandler, gradirei un po' più di impegno e concentrazione da parte sua, stessa cosa dicasi per Whiters, Grasser, Morrissey, Krasotkin e Bliss".
Qualcuno risponde con un cenno sommesso, alcuni scuotono il capo con fervore, Mitja Krasotkin azzarda un sì convinto.
"Riprendiamo dall'inizio."
E l'armonia di settantacinque casse di legno verniciato, corde in tensione, pistoni, ance, leve e chiavi invade come una marea il teatro vuoto, impossessandosi delle poltroncine di velluto rosso, dei palchetti, della poltronissima, del loggione, riuscendo a sfiorare i bellissimi stucchi che adornano il soffitto, arrivando in punta di piedi fino dietro le quinte, poi più giù ancora, alle orecchie di Torey che tira a lucido i nostri camerini con uno spazzolone di plastica.
La immagino sospirare, azzardare qualche goffo passo di danza, sognare una prima con vestito di gala, seduta tra facoltosi professori di Eton e la Famiglia Reale.
In questo istante la musica regna su di noi e su questo teatro, regina perfino del tempo: non importa se sono quasi le venti di un dicembre freddo e piovoso, nessuno accuserà stanchezza, si alzerà e andrà a casa. Quando suona un'orchestra, il tempo in silenzio fa capolino da dietro le quinte, osserva con occhi rapaci le dita di noi musicisti scivolare sulle corde e aspetta. Aspetta che la musica compia il suo ultimo inchino e svanisca nel mondo.
Questa volta il direttore sembra soddisfatto: i suoi occhi hanno quella classica lucentezza propria dei folli o dei direttori d 'orchestra, appunto.
Che poi ha solo una quindicina d'anni più di noi, puoi tranquillamente uscirci insieme, farci un salto al pub e chiamarlo Dan, raccontargli le tue storie e riderci un po' su.
Ma quando arriviamo qua dentro e posiamo soprabiti, sciarpe e guanti nei camerini, scambiamo un paio di battute tra noi e infine portiamo le nostre custodie nere fin sul palco, nessuno s'azzarda a chiamare per nome Damian Harris o a proporgli un paio di birre a Soho. Quando siamo un'orchestra sinfonica, Dan per tutti è solo "il maestro". Potrebbe essere una forma bizzarra di rispetto, condizionata dal suo carattere serio e posato; l'ho incontrato tempo fa a Covent Garden, con sua moglie e la sua bambina, che penso si chiami Mia. M'era parso un'altra persona.
Il repertorio del prossimo concerto si snoda sotto le nostre mani con il suo lungo fiume di note, mentre le luci che decorano la piazza antistante al teatro s'intravedono ogni tanto dalle grandi vetrate: folate improvvise scuotono alcuni brutti fiocchi di neve fatti di ! cavi elettrici, ma non ci sarà una nevicata improvvisa, e l'effetto nell'insieme è piuttosto grottesco, rassomiglia a quel triste suono che hanno i violini scordati, inascoltabili se non nella Danza Macabra di Saint-Saëns.
Il baluginare di quelle fiammelle di watt mi riporta alla mente che Carol mi ha invitato a passare la Vigilia con loro, e non ho ancora pensato a uno straccio di regalo per i bambini. Avrei fatto a meno di passare l'ennesimo ventiquattro dicembre in famiglia, con gli amici di mio cognato che discutono di baseball e mio nipote che insiste per sentirmi suonare, ma non ho avuto altra scelta: un Natale da solo è quanto di più deprimente possa esistere al mondo. Mitja mi aveva invitato ad andare con lui a San Pietroburgo, ma torna dalla sua famiglia e da Yelena, e perciò non mi va di sentirmi ancor più estraneo di quanto non lo sia da mia sorella.
Per Viola sarà sufficiente un'altra bambola - come quella dell'anno scorso... non starò diventando banale? -, credo che sia troppo grande per apprezzare un libro di fiabe o un costume da principessina, come mi ha consigliato Jeanie, che ha due gemelle. Per Dickie la scelta è più difficile: Carol vorrebbe iscriverlo il prossimo anno ad un corso di musica, quando inizierà la scuola, ma ritiene che sia ancora piccolo per uno strumento. Naturalmente non ho un nipote come tutti gli altri, cui basta regalare un pallone con un autografo stampato e un'iscrizione al club di pulcini del Manchester per renderli raggianti, poiché Dickie non ama il calcio, quindi dovrò ripiegare su un qualsiasi trabiccolo trovato in saldo il ventitré pomeriggio. Qualcosa di scientifico, tecnologico e spaziale: al telefono vagheggiava di volare su Plutone su un'astronave, appena diventato grande.
Il mio problema è nei regali: è molto più facile rendere infelici le persone piuttosto che ottenere il contrario.
"Bene; nonostante la chiara svogliatezza di alcuni di voi, questa volta è andata leggermente meglio.
Vi rendo noto che a febbraio inizieranno i nuovi concorsi." dice freddamente il maestro, scorrendo con noncuranza lo spartito aperto sul leggio. In breve, ci sono eserciti di versioni più giovani e cool di noi pronte a scavarci la fossa, se solo gli metteremo la pala in mano. Ma da qui a febbraio sono mille, duemila le cose che possono cambiare.
"Sono previste tournées o corsi di vario genere?" domanda Jeanie con apprensione.
"Le disponibilità finanziare del teatro al momento non lo consentono, miss Nolan." risponde Harris con un eloquente moto delle sopracciglia. Come dire che è un miracolo se il teatro si regge ancora sulle fondamenta.
Forse è troppo tardi perfino per quelle opere di beneficenza, ma è una prerogativa del nostro direttore d'orchestra vedere nero anche dove c'è solo un'ombra di grigio. D'altro canto è una mia caratteristica sperare sempre nell'inaspettato, anche se alla fine è più un sottile gioco d'illusioni che altro: quando cala il sipario, la delusione è solo mia, com'è successo con Annie!
Annie, la cara, dolce Annie...
Lavorava come assistente nel teatro in cui suonammo quella sera in cui ero reduce da una sbronza colossale, ma suonai, suonai come si suona poche volte nella vita, e non credo che fosse il whisky a guidare le mie mani... Quella sera che avevo dimenticato le chiavi di casa sullo scaffale nell'ingresso, e me ne accorsi troppo tardi, quando ormai i ragazzi se n'erano andati via tutti, il teatro stava chiudendo e non era rimasta che lei, con un buffo cappello in testa, un ombrello rosso e un sorriso.
"Ti ho ascoltato."
Annie adorava il rosso, le fiabe nordiche, come la storia che sul filo di pozioni e tragedia corre da Tristan a Isolde, e gli scatti di Margaret Bourke-White.
Non ho mai capito niente di fotografia.
Annie sarà là fuori, nel vento, con un sorriso destinato a qualcun'altro, tantissimi pacchetti foderati di carta sgargiante e quel suo anello nascosto sotto il tessuto lanoso dei guanti. Si è sposata mesi fa con un grafico di Brighton. Ho gentilmente declinato l'offerta di suonare al loro matrimonio; ne sono desolato, ma proprio in quel periodo mi sarei trovato all'estero, a Praga, per un corso di perfezionamento, e mi sarebbe stato proprio impossibile rientrare a Londra in tempo per la data. Tuttavia auguri e congratulazioni, siate felici, sono contento per voi.
Mi avevano perfino proposto un compenso adeguato: credo d'aver compreso in quel momento che la crudeltà gratuita non ha alcun limite. Molti direbbero che solitamente l'epifania avviene assai prima; mi chiedo come ho fatto ad accorgermene davvero così tardi, solo dopo il grazioso invito di Annie e Travis.
Sono stato orgoglioso, non lo nego, ma sono ancora troppo giovane per svendere così la mia dignità. Non ero abbastanza ubriaco o la cifra non era abbastanza alta per accettare di ridicolizzarmi in pubblico: delle due l'una.
Mitja ci ha riso su: potevi accettare, Julian, ci saremmo pagati cena e dopocena in un localino di mia conoscenza. Che idiota.
Non capiva che non serviva sdrammatizzare, perchè c'era la mia musica, e allora se c'era la musica Annie sarebbe rimasta soltanto un altro volto nel vento: confuso, vago, insistente e doloroso quando dicembre si avvicina a grandi passi con il suo carico di gelo e pubblicità natalizie.
Annie e il Natale hanno uno strano effetto su di me: sono come una fotografia che non ho scattato, perchè in quel momento chissà dov'era la macchina fotografica. Sono la mia personale Kathy's Song di Paul Simon e Art Garfunkel.
È stato in quel periodo che ho vinto il concorso per far parte dell'organico di quest'orchestra, la stessa che adesso è occupata a ripetere l'ultimo brano del concerto prossimo venturo. È il momento del virtuosismo di Felicia e della sua monumentale arpa; il maestro ha quell'espressione indecifrabile che per noi strumentisti è un evidente sintomo di scontentezza. Tra lui e Pat Delaney è una gara continua a chi si dimostra più perfezionista e maniacale dell'altro.
Siamo questo: piccole personcine del tutto normali, con i nostri difettucci, antipatie, minute preoccupazioni. La genialità non brucia in nessuno di noi. Quello che facciamo, quello per cui lottiamo ogni giorno è dare vita ad una cassa, che sia di legno o d'ottone, e con quella gridare al mondo ciò che siamo, magari nascondendo la nostra piccolezza in una variazione di Schoenberg.
Ciascuno di noi veniva considerato il fiore all'occhiello della famiglia, l'artista geniale, colui che ascolta le parole di un altro mondo; ci siamo fatti largo a spintoni, desiderosi di emergere: non come mia sorella, la maggiore tra noi due, che si è sposata a ventitré anni, sia per orgoglio sia per immenso desiderio d'infelicità, e i sogni di gloria sull' America, la Julliard e altri templi della danza li ha pianti tutti in una notte sola.
"Signori, potete andare, per oggi terminiamo qui." Harris ci interrompe con un battito di mani; ha un viso stremato, sebbene dissimuli la stanchezza, ma neppure noi siamo da meno.
La musica cessa di botto, sostituita da un brusio incessante di pettegolezzi, recriminazioni ed elogi. Siamo molto bravi anche a gettarci l'uno addosso all'altro con la ferocia dei vampiri, appena ci diamo le spalle.
"Oggi il vecchio Dan ci ha beccati, eh?" azzarda Mitja, massaggiandosi i muscoli indolenziti.
"Ne state ancora parlando?!" esclama Jeanie Nolan, mentre sistema la sua viola. "Insomma, i miei pensieri adesso sono tutti per una doccia e un letto".
"Fortunata!" rispondo con un mezzo sorriso.
"Non proprio, Julian: mia figlia canta dall'altra parte della città, tra un quarto d'ora finirà le prove e dovrò andare a prenderla." bofonchia la donna, roteando i grandi occhi chiari.
"Ti serve un passaggio?" domanda Mitja con un tono volutamente indifferente.
La risposta di Jeanie viene sopraffatta dalla richiesta d'attenzione del maestro.
"Pensa a Yelena!" rincaro la dose con un sussurro, mentre Mitja ribatte con il tipico gesto del dito medio rivolto verso di me.
È stupefacente come ogni giorno si ripeta la stessa scena, replicata identica a se stessa da ognuno di noi.
"Signori, so che avete fretta, ma vi ruberò soltanto un attimo".
Damian Harris è comparso nuovamente in mezzo a noi, con un asciugamano buttato sulle spalle e un insolito sorriso. In pochi secondi il chiacchiericcio svanisce, soffocato da una mano invisibile che si chiama attenzione spasmodica.
"Prima ho risposto negativamente alla domanda della vostra collega: perdonatemi, ho dimenticato di dirvi una cosa fondamentale. Tempo fa avete sostenuto un provino per un progetto di spettacoli nel continente. Ebbene, ho valutato le prove, due giorni fa sono arrivati i finanziamenti e oggi troverete in bacheca la lista di coloro che ho selezionato. Per eventuali domande o chiarimenti, contattatemi privatamente. Buon Natale." conclude rapidamente il maestro, prima di abbandonare il palcoscenico. Si sente nitido e secco il rumore dei suoi passi affrettati, mentre scende le scale, diretto ai camerini. È tipico di Harris ricordarsi delle cose veramente importanti soltanto all'ultimo minuto.
Il cicaleccio non s'impadronisce nuovamente dei miei colleghi: un silenzio teso fa da padrone. Ognuno s'affretta, cerca di riordinare velocemente gli spartiti, la custodia, darsi un contegno, tamponarsi il sudore con il dorso della mano, controllare lo stato dello strumento, tentare un calcolo delle probabilità su chi potrebbe essere stato preso e chi no, salutare in fretta qualcuno che è più caro degli altri e poi precipitarsi dietro le quinte, fino alle scale, ai corridoi, anche se per uno strumentista non è molto elegante correre in un teatro.
Arrivare all'ingresso secondario con il fiatone non è salutare, è patetico. Incrocio qualche sguardo cupo, astioso e pieno di rancore, come se fossi stato io ad aver mandato dal carrozziere la loro automobile o ad aver aumentato la cifra sulla bolletta mensile.
In bacheca la comunicazione di Harris troneggia su altre meno importanti, completa di una lista di nomi che a occhio e croce non dovrebbe superare la trentina. In tutto noi siamo settantacinque.
Scorro la lista con estrema rapidità, non preoccupandomi di leggere per filo e per segno quanto riportato dall'avviso, saltando numerose parti, guidato da un'agitazione febbrile.
BLISS, CRISTOPHER JULIAN
Ecco.
Cancello tutto ciò che ho detto prima.
In lontananza sento le note gracchianti di un violino - dev'essere quello del vecchio che piantona il nostro ingresso - accennare Jingle Bells.
Jingle Bells. Jingle Bells. Jingle all the way.
Il cartello giallognolo della "Subway" mi appare come un miraggio di salvezza.
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