Autore: Nimue
Categoria: Fumetti
Fandom: 300
Personaggi: Delio, Gorgo, Leonida
Avvertimenti: nessuno
capitolo 1: Codardo
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Le risposte di Nimue |
Il ritorno: Codardo
I personaggi presenti appartengono a Frank Miller ed a chi detiene i diritti della graphic novel “300”.
Non scrivo a scopo di lucro, nessuna violazione del copyright è intesa; inoltre i riferimenti storici sono basati su personali ricerche e sull’opera a cui fa riferimento la fanfiction. |
Ogni respiro era un singhiozzo soffocato; ogni passo verso casa era un’umiliazione tanto profonda da diventare sofferenza fisica, perché le sue stesse gambe si ribellavano a quella pavida marcia.
“Vigliacco!” urlava una delle Erinni, giunta a torturarlo, a renderlo consapevole della propria miseria.
Proseguiva il cammino, lo Spartano, lasciandosi alle spalle la disperazione dignitosa e straziante della Regina, davanti alla quale non era riuscito a chinare il capo.
S’era atteso il disprezzo della donna, ma aveva trovato comprensione e persino un bagliore fugace di riconoscenza.
S’era scostato, perché l’erede di Leonida accorresse a consolare la madre, li aveva scorti stretti in un abbraccio affettuoso ed aveva proseguito.
Il suo tormento non cessava e neppure il cammino.
Il suo Re era morto, trafitto da frecce persiane!
Periti erano i suoi due fratelli e centinaia di compagni d’arme; giacevano nel sangue, risplendevano di eterna gloria ed a lui era stato negato il privilegio d’affiancare i valorosi Spartiati.
Non avrebbe onorato il suo nome, Delio, od omaggiato gli avi: stava tornando indietro e non l’aveva mai voluto.
La sua sarebbe stata la voce che il Consiglio avrebbe udito, lui avrebbe narrato l’impresa; nessun altro poteva farlo.
Leonida era buono, ma severo, intransigente; mai avrebbe ardito di ignorare un ordine ricevuto, né aveva messo in discussione le giuste disposizioni del sovrano, eppure, dentro il suo cuore v’era una rabbia sconosciuta, fatta di amarezza e delusione.
La vergogna pesava quanto lo scudo, il rimpianto bruciava come la ferita al perduto occhio.
Avanzava mesto, fra le strade di Sparta, evitava lo sguardo delle vedove e degli orfani. Guardava avanti a sé, era sorta l’alba crudele, che brillava d’oro e porpora.
Scorgeva le figure del manipolo d’uomini che aveva abbandonato, come se lo spronassero a raggiungere la famiglia, perché lui aveva la possibilità di farlo.
Aveva maledetto se stesso, nelle ore precedenti; se, a suo tempo, avesse intuito il tributo che la sua particolare capacità avrebbe richiesto, si sarebbe tagliato la lingua con sollievo.
La sua incontenibile favella, quella che seccava suo padre e ridava il sorriso a sua madre; la capacità di raccontare imprese eroiche ai fratelli, sin da quando era poco più d’un fanciullo, sul Taigeto con il Branco ed il Mandriano, gli pareva un fardello ingiusto datogli dai Numi potenti.
Era vivo, nel piccolo campo della sua abitazione. La sua famiglia era a pochi passi dalla porta principale e lo attendeva.
S’accostò a loro, impassibile e con lo sguardo assente, riuscì a non volgere il capo altrove per evitare il giudizio dei suoi cari, i suoi amati parenti.
Lasciò cadere la lancia. Un tonfo sordo a cui seguì il silenzio.
Melantha, la sua sposa, dalla voce dolce e dal sorriso radioso quanto il bagliore argenteo della luna, aveva i capelli bruni sciolti sulle spalle, un aspetto trascurato per chi (come lei) vantava la propria beltà.
Melantha teneva Anthea per mano. Era un’ingenua e ridente creatura, vivace quanto la brezza primaverile. La sana e robusta bimba che per prima fu condotta al Taigeto, oltre undici anni prima, in inverno.
Kyros, l’erede di Delio, era sul limitare del sesto anno di vita; sempre ostinato e fiero: uno Spartano.
La piccola Enora, di cinque anni, era seria, quasi appoggiata al muro; ossuta ma dura e tenace come un insetto, così era stato detto loro al momento della prova.
Attese e non seppe immaginare la reazione di Melantha, sino a quando non la sentì vicina ed abbassò la testa per fissarla un istante.
Anthea sfiorò lo scudo con le dita lunghe, che la rendevano fra le migliori suonatrici di cetra della casata.
Il tocco rassicurante della moglie, che accarezzava la guancia offesa da lividi scuri, rischiò di far vacillare il contegno di Delio.
“Bentornato, marito” mormorò lei.
“Padre…” chiamò Anthea e Delio sentì il cuore riempirsi d’affetto, di quella tenerezza che un genitore non deve dimostrare, poiché indebolirebbe la prole.
“Sì, sono a Sparta” rispose, con parole fredde che lo ripugnarono: “Ho un compito da portare a termine. Non far oziare oltre i bambini ed i servi, donna!”
Melantha annuì, le labbra serrate: era ferita e lui lo sapeva. Batté le mani tre volte. L’ultima a rientrare fu Enora.
Delio attraversò il vestibolo con lo scudo; non desiderava la luce del peristilio, perciò si recò nel stanza più grande, dove era stato sistemato il talamo. Melantha lo seguì discretamente, con passi lievi ma decisi e, sebbene fosse voltato, poté immaginarla con le braccia incrociate sul petto e l’espressione corrucciata.
“Desideri recarti al bagno pubblico?” domandò, ansiosa di sentir parlare colui che raramente taceva.
“Non ora, donna” sussurrò Delio, senza ira.
Ardeva ancora una lucerna, alla sinistra del letto riordinato dalle ancelle della padrona.
L’uomo sedette e lo scudo finì sul pavimento, un rumore metallico che s’udì sino nell’androne. Qualcuno gridò, una balia probabilmente: riconosceva le voci delle figlie.
“Sono Melantha” replicò la Spartana, in piedi davanti a Delio: “Sono tua moglie. Non sono una donna, di quelle Ilote che lavano i panni all’ Eurota”.
Delio non raccolse la provocazione, non aveva più fiato per dibattere.
“Vai. Riposerò” disse a bassa voce.
Melantha gli passò la mano fra i capelli: “Dormi. Quando arriverà mio padre, ti farò chiamare”.
Delio restò solo, nella sua dimora.
Abbracciare Melantha, ascoltare i suoi figli era tutto ciò che aveva sognato in battaglia, ma adesso era cambiato qualcosa.
L’eco stridula nella sua mente sovrastava i rumori della quotidianità che riprendeva.
“Codardo !” |