Autore: Labelle
Categoria: Horror
Fandom: -
Personaggi: -
Avvertimenti: Violenza
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Le risposte di Labelle |
My poor Annie
Da bambino erano gli animali la sua ossessione. Aveva cominciato con quelli piccoli, quelli di cui occuparsi era più semplice. Sua sorella Annie aveva un criceto, una palla di pelo totalmente inutile che a tutti veniva sempre voglia di coccolare.
«Oh mio Dio, quanto è carino!»
«Ma come si chiama?»
«Cosa ne dici, Annie tesoro, gliela regaliamo una mammina criceto, per Natale?»
Michael la trovava una cosa stupida. Quell'affare era un topo. Perché tutti urlavano, quando in casa si trovavano davanti un topo, ma non facevano lo stesso con Mister Roundy?
Mister Roundy era un nome idiota, un nome idiota che aveva scelto Annie, cinque anni.
Anche Annie era idiota.
«Tu lo sai cos'è che dovresti fare.»
«Liberatene.»
«Non si tengono i topi in casa. Perché credi abbiano comprato quello schifoso gatto, altrimenti?»
La loro era una casa di campagna, una di quelle grandi con il giardino tutt'attorno, il bosco dietro e la collina su un lato. Quando scendeva la neve, di solito sotto Natale, i loro genitori li portavano sulla collinetta a giocare, gli facevano fare le discese con lo slittino e quando lo slittino si era rotto, lo avevano sostituito con un sacchetto di plastica, di quelli che si usano per fare la spesa al supermercato.
Miss Kitty l'avevano realmente comprata per dare la caccia ai topi. La madre di Michael si era lamentata per una notte intera di «come ha fatto quello schifoso roditore a entrare qui dentro?». Era un affarino bianco e minuscolo, un topino di campagna probabilmente appena nato, che sfrecciava veloce sotto la credenza mentre sua madre urlava in piedi sopra alla cassapanca e suo padre lo inseguiva brandendo una scopa. Per centrarlo c'erano voluti qualcosa come venti colpi andati a vuoto, e solo con l'ultimo era riuscito a prenderlo. Del topino, a terra, era rimasta una chiazza grigio-rossa senza forma, pelle rugosa e interiora piccole come uno sputo e, appiccicato fra le setole della scopa, fra la polvere vecchia di mesi e la poltiglia rossa, un tondo occhietto nero non più grande della capocchia di uno spillo, che sembrava fissarli.
«Se quella bestia fosse libera per casa, tua madre non sorriderebbe certo così.»
«Ricordi cosa è successo l'ultima volta che qui dentro è entrato un topo? Lo ricordi, eh?»
Certo che lo ricordava, e quel ragionamento sicuramente filava: l'unico motivo per cui in famiglia sopportavano Mister Roundy era la gabbia che gli stava attorno, e forse anche il fatto tenesse Annie buona e lontana da tutti per gran parte della giornata. Dio, quella bambina sapeva diventare così asfissiante quando ci si metteva.
Allora Michael lo aveva preso, Mister Roundy, un mattino in cui Annie era ancora a scuola. Lo aveva stretto con entrambe le mani per non farlo cadere, ma quello si muoveva molto nel tentativo di scappare e gli stava graffiando i palmi con quelle sue minuscole unghiette affilate.
«Tienilo per la coda, genio. Devi tenerlo per la coda, come fa tuo padre con i topi.»
E Michael lo aveva preso per la coda.
Pam, la loro badante, si era addormentata sprofondata in poltrona. La poltrona di papà, quella su cui nessun altro poteva sedere. Ogni volta che cacciava fuori l'aria dai polmoni, una grossa bolla di muco le si gonfiava nella narice sinistra, e fra le sue cosce allargate si potevano scorgere le mutande di cotone bianco e qualche ricciolo di ispidi peli neri.
Michael era passato oltre senza fare rumore, con il criceto dondolante tenuto per la coda e l'orsacchiotto infilato di traverso sotto l'altro braccio. Doveva essere quasi ora di pranzo, perché una pentola di acqua calda era stata messa a bollire sul fuoco e quando si era arrampicato su una sedia per sbirciarci dentro, aveva visto della pasta che galleggiava in superficie.
«Avanti, fallo ora! Veloce, prima che arrivi qualcuno!»
Sempre tenendolo per la coda, Michael aveva intinto il muso di Mister Roundy fra le bolle fumanti dell'acqua e quello aveva cacciato fuori un fischio talmente acuto da sembrare il grido di un essere umano; gli si era ritorto contro, nel disperato tentativo di sfuggire alla tortura, e gli aveva morsicato un dito prima di cadere con un tonfo nel liquido.
Quando Pam era arrivata ciabattando in cucina, terrorizzata all'idea fosse stato il bambino a gridare e a farsi male, non aveva trovato altro che un criceto morto a mollo nell'acqua del pranzo, con la pelle raggrinzita e cotta che già cominciava a staccarsi dal corpo.
E quella era stata la gloriosa fine di Mister Roundy.
«La gabbietta era aperta, Annie tesoro. Sei sicura di averla chiusa bene, questa mattina?»
«Magari è riuscito ad aprirla, Annie cara, sai anche tu quanto è intelligente Mister Roundy...»
Che era morto non glielo avevano detto. Povera Annie, era soltanto una bambina, non potevano traumatizzarla a quel modo.
«Secondo me ha trovato una bella cricetina e sono scappati insieme. Tu che ne dici?»
«E si sono andati a sposare?»
«Mi pare logico!»
Non c'erano più stati criceti nella loro casa, sopportare i pianti di Annie era stato difficile per tutti quanti e nessuno voleva ripetere l'esperienza. Si era giunti alla conclusione Annie avesse davvero chiuso male la gabbietta, e per una tragica fatalità Mister Roundy doveva essere arrivato fino alla cucina, attirato dal profumo del cibo, e poi essere scivolato, forse da una mensola del vicino pensile, nella pentola dell'acqua.
Circa un anno dopo era stata la volta di Miss Kitty: di lei non si erano più trovate tracce.
«Si deve essere allontanata per partorire» avevano ipotizzato gli adulti, «i gatti hanno quest'abitudine, vedrete che tornerà presto, bambini.»
Nel silenzio della casa sull'albero, con Bear, l'orsacchiotto di peluche, che lo osservava dalla piccola sedia su cui era stato depositato, Michael aveva usato un paio di forbici per aprire la pancia della gatta, e aveva scoperto quanto difficile potesse diventare l'impresa se le lame non erano perfettamente affilate. Ne era risultato un taglio impreciso e insicuro, come di pelle strappata a mani nude, che apriva il sipario su una gabbia toracica insanguinata e su quattro mucchietti di carne rossastra, simili a tutto fuorché cuccioli di gatto, che ancora sembravano respirare, nonostante già da un pezzo ciò che restava della testa della madre fosse rimasto attaccato a un sasso del giardino.
Si era disfatto dei resti nella caldaia del garage, e di Miss Kitty non si era più parlato.
«Cenere alla cenere, polvere alla polvere.»
I suoi occhi, gli occhi di Michael, erano grandi e spenti. Il genere di occhi in cui ci si potrebbe perdere senza riuscire a trovare assolutamente nulla. Le insegnanti lo definivano: «un bambino silenzioso ma estremamente intelligente» perché, sebbene non parlasse quasi mai, prestava molta attenzione in classe ed era sempre il primo a finire gli esercizi.
«Capisco rappresenti una sorta di “coperta di Linus” per lui, ma non credete sia il caso di cominciare ad abituarlo a staccarsi da quel giocattolo? Ha quasi dieci anni, ormai sta diventando un ometto.»
Bear era sempre rimasto nella sua stanza. Aveva smesso di portarlo con sé perché aveva scoperto essere più facile assecondare i genitori che non puntare i piedi, litigare con loro e finire a letto senza cena, ma non se ne era mai disfatto. Lo teneva su una delle mensole della libreria, o sul comodino accanto al letto, o sulla scrivania quando doveva studiare.
Annie odiava Bear, e non perdeva occasione per farglielo notare.
«Tu e il tuo stupido pupazzo, non sei altro che un cazzo di ritardato.»
Annie odiava un sacco di cose in realtà, e Michael era forse la prima fra queste.
«So benissimo che sei stato tu a ucciderlo. Non hai versato neanche una lacrima, quando è morto. Puoi tirare scemi mamma e papà, ma di certo non me.»
Il suo primo “fidanzatino”, come lo chiamavano a casa, Annie lo aveva avuto alla scuola media. Una volta lo aveva portato da loro ed erano rimasti per tutto il tempo in salotto a guardare cartoni animati e mangiare biscotti.
Ogni volta che ne arrivava uno nuovo, Michael lo studiava in silenzio, fermo dietro qualche angolo del corridoio o seduto in cima alle scale, con quegli occhi che non sbatteva quasi mai, così simili a specchi, e Bear accanto, accomodato come fosse una persona vera: più un amico che non un giocattolo.
Le sere in cui i loro genitori uscivano per andare a ballare, Annie portava i suoi “fidanzatini” - che con il passare del tempo erano diventati uomini veri e propri – fin su nella propria stanza, e il cigolare delle molle del letto unito all'ansimare dei due si faceva talmente insistente che Michael doveva premersi le mani sulle orecchie e serrare fra loro i denti con forza tale da sentirli stridere e dolere, per non mettersi a gridare.
Era certo lei lo facesse di proposito. Era certo lei volesse farsi sentire e volesse farlo impazzire.
«Sta diventando una puttana e tuo padre nemmeno se ne rende conto. Qualcuno dovrebbe proprio darle una lezione.»
Era vero, lo pensava anche lui. Qualcuno avrebbe proprio dovuto darle una lezione. Stava diventando una puttana.
Dal buco della serratura la osservava mentre, china sulla scrivania bianca e rosa, si faceva penetrare da semi-sconosciuti con i jeans calati fino alle ginocchia, e gemeva e godeva e ne voleva ancora.
«Sei sicura non ci sia nessuno in casa?» «Soltanto quello sfigato di mio fratello.»
«E se ci dovesse sentire?»
«Smettila di preoccuparti per lui, è un coglione che non ha mai visto una donna in vita sua, probabilmente adesso starà giocando con quel suo stupido pupazzo. Dovrebbero sbatterlo in una casa di cura, te lo dico io, altro che stronzate.»
L'ennesimo sconosciuto se ne era andato alle quattro e qualcosa di un gelido mattino d'autunno, dopo essersi sgrullato l'uccello nel loro bagno e svuotato le palle dentro sua sorella. Quando Michael era comparso sulla soglia della stanza, Annie, semi-distesa sul letto in mutande e T-shirt dei New York Yankees taglia extra-large, stava sfogliando una rivista.
«Adesso che diavolo vuoi?» aveva chiesto senza guardarlo. «Vattene, ho da fare.» Solo a quel punto, alzando gli occhi, aveva visto Bear e aveva storto le labbra aggiungendo: «E porta via quella merda di pupazzo, sai che non lo sopporto».
Sapeva sarebbe stato più complicato che con Mister Roundy o Miss Kitty, ma non lo immaginava complicato fino a quel punto.
«MICHAEL, NO!»
Aveva dovuto colpirla ripetutamente sul volto con i pugni, prima di riuscire a farla smettere di scalciare, e nonostante questo lei era riuscita a fargli sanguinare una guancia e le braccia, conficcandogli le unghie nella carne.
«Quasi ti cavava via gli occhi, quella maledetta cagna! Non pensi sia il caso di renderle pan per focaccia?»
Certo che lo pensava.
Si era tirato in piedi aggrappandosi ansante alla scrivania con una mano, lasciando impronte rosse ovunque toccasse, mentre Annie giaceva scomposta a terra, con le ginocchia piegate da un lato e le braccia allargate, ancora viva nonostante la tumefazione del volto che la rendeva quasi irriconoscibile. Doveva averle involontariamente spaccato la mascella, con tutti quei pugni, e del bel nasino alla francese di cui si era sempre vantata non era rimasto altro che un bozzo gonfio, lucido e sanguinolento.
Certo, se ci fosse stato tempo avrebbe preferito fare le cose per bene, magari prendere un coltello o un fermacarte, ma non avendolo, quel tempo, e non trovando di meglio, si era dovuto accontentare di una matita afferrata al volo dal portapenne lì a fianco.
«Avanti, falle vedere di che pasta sei fatto, Michael, falle vedere chi è il ritardato!»
Con un unico colpo preciso le aveva perforato la palpebra sinistra e il sottostante bulbo, conficcando quasi per metà la matita nel suo occhio. L'altro, di occhio, si era spalancato, e le grida avevano riempito la sua testa mentre le braccia e le gambe di Annie, guidate unicamente dai fili invisibili del dolore e del terrore, avevano ripreso a colpire e sbattere contro qualunque cosa, pateticamente simili alla coda di un pesce morente.
«Adesso vediamo chi è lo sfigato, puttana.»
Michael glielo aveva sussurrato all'orecchio, seduto sopra al suo corpo, mentre con la dolcezza di un amante carezzava i suoi capelli biondi incrostati di sangue e con un deciso momento della destra cavava via il suo occhio, gettandolo lontano assieme alla matita in cui ancora era infilzato.
Gli schizzi di sangue erano arrivati fino a Bear, erano scesi come pioggia sul suo pelo bruno e sulla salopette blu che indossava; non che fossero molte, in quella stanza, le cose che ancora riuscivano a sfuggire alle macchie di sangue, e poi di chi era stata la stupida idea di scegliere tutto quel bianco? Lo sanno anche i muri che il bianco si sporca subito.
Una volta arrivati a quel punto, capire cosa la povera Annie stesse gridando era perfettamente inutile: con le mani cercava di tamponare il buco che una volta era stato il suo occhio e la sua faccia non era altro che una maschera di sangue in cui si apriva il vuoto della bocca spalancata.
«Forza, falla stare zitta adesso, ne ho abbastanza di tutto questo casino.»
Michael aveva stretto il suo collo con le mani. Prima non si era mai accorto di quanto fosse sottile e fragile e semplice da spezzare; non che volesse spezzarglielo, no, però sarebbe stato in grado di farlo se avesse voluto, di questo era certo.
Le gambe di lei avevano continuato a sbattere, ma sempre con meno convinzione, e la sua mano destra, annaspando nel vuoto forse per tentare di afferrarlo, era ricaduta a peso morto sul pavimento; l'occhio azzurro di Annie, l'unico superstite, aveva continuato a fissarlo anche dopo, quando ormai la vita di lei si era spenta da un pezzo.
Sopra al suo corpo, con le mani ancora ferme attorno alla sua gola e le ginocchia che ne circondavano i fianchi, Michael ansava e tremava come mai in vita sua gli era capitato di fare.
Perché non era la stessa cosa.
Uccidere un coniglio
o un gatto
o un cane
non era la stessa cosa.
Aveva passato le dita sulla fronte e sulle guance della sorella, tracciando linee color pelle in mezzo a tutto quel rosso; con una mano le aveva sollevato fino alle spalle la maglietta e si era piegato per baciare e leccare quei capezzoli grandi, rosei e duri che spuntavano come fiori fra il candore dei seni tondi. Uno di quei seni lo aveva stretto con la sinistra e lo aveva portato alla bocca per succhiarlo, mentre sfregava il proprio bacino contro quello morto e immobile di lei.
Povera piccola, stupida Annie. In fondo se l'era cercata, magari una fine del genere era anche arrivata a immaginarsela, negli attimi liberi tra un amplesso e l'altro.
Aveva scostato le sue mutande per penetrarla con le dita, e tutto quel sangue rendeva facile il compito.
«Che stronza del cazzo, merda. Non sono mai riuscito a sopportarla.»
Le era entrato dentro con un movimento unico e goffo, continuando a tremarle sopra, ansimando sul suo collo e respirando l'odore dei suoi capelli per quei due, tre minuti in cui le spinte erano continuate, poi era venuto in lei, per la prima volta in vita sua dentro a una donna, mordendole il collo per non gridare, con il sapore del sangue sulla punta della lingua e il proprio, di sangue, che pulsava ovunque: nelle orecchie, nella gola, fra le gambe. Soprattutto fra le gambe.
Aveva lasciato le fiamme ingoiassero la casa, prima di andarsene. Un rogo imponente che si ergeva rabbioso contro il nero dei boschi tutto attorno.
Non aveva preso con sé nulla, se non quell'orsacchiotto di peluche che dal giorno della sua nascita gli era sempre rimasto accanto.
Era sparito così come può sparire un incubo al mattino, quando spalanchiamo gli occhi, solo un secondo prima che il mostro ci afferri, con il cuore fermo al centro della gola e la bocca arida, e ci portiamo addosso, come una seconda pelle, quella sensazione, la certezza il mostro ci sia ancora nella nostra stanza, fermo da qualche parte attorno a noi, tanto vicino da poterlo toccare, anche se non lo riusciamo già più a vedere. |