Autore: Labelle
Categoria: Originale
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Avvertimenti: Violenza
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Le risposte di Labelle |
Contaminated
« When there is no more place in Hell, the dead will walk on Earth. »
L'amore esiste. Quella era una delle poche cose di cui ero certa. L'amore esiste così come esistono il cielo e le montagne e gli uccelli, che si librano in volo con le grandi ali piumate spianate.
L'amore vero, l'amore eterno, quello a cui solo la morte può mettere fine, quello che i poeti declamano nelle loro poesie e le nonne leggono nelle favole quando la sera cercano di far prendere sonno ai nipoti.
Chiedere: «Come puoi affermarlo con tanta sicurezza?» sarebbe legittimo, ma una risposta univoca non esiste e nemmeno saprei spiegarvi come io facessi a saperlo così, senza l'ombra di un solo dubbio.
Vivevo con Sean in una vecchia roulotte. Era piccola, eppure abbastanza grande per entrambi. Lavoravo per una fabbrica di bambole, incollavo occhibottone alle loro facce cieche, e quando la sera tornavo a casa - perché per me quella era casa - avevo le dita sporche di colla secca e la schiena a pezzi per la sfilza di ore trascorse seduta sempre nella stessa posizione; Sean faceva il meccanico, guadagnava qualcosa in più di me e questo ci permetteva di tirare avanti senza patire la fame. Vivevamo al limite della povertà, eppure eravamo felici, lo eravamo sempre. Tornavo a casa la sera canticchiando canzoni dei Beatles insieme alla mia radio scassata - che aggiungeva un personalissimo krrrr krrrr a ogni testo - e la semplice consapevolezza che lo avrei rivisto, che lo avrei riabbracciato, bastava a farmi sorridere, a farmi sentire la persona più ricca non solo di tutta la città, ma anche dell'intero pianeta.
Quello era il genere di felicità che in pochi riuscivano a capire: se non puoi comprarti scarpe Prada e non puoi comprarti borse Louis Vuitton, allora come fai a essere felice? Come fai a ritenerti fortunato!? Loro avevano le loro scarpe Prada, le loro borse Louis Vuitton; io avevo un maglione verde militare sbrindellato e liso sui gomiti, un paio di jeans troppo larghi, strappati dall'uso sulle ginocchia, e un uomo meraviglioso che mi aspettava a casa; che la mattina, prima di uscire per andare a lavoro, mi baciava sulla punta del naso e mi sorrideva innamorato, con due fossette che facevano capolino tra le guance mal rasate come minuscoli puntini.
Ci eravamo conosciuti a una fiera cittadina, una di quelle fiere in cui suonano musica popolare e si mangia seduti gomito a gomito sotto un unico, lunghissimo tavolo, con le mosche che si posano sul pane duro e un tendone sopra la testa, quasi quello non fosse altro che un circo improvvisato. Avevamo ballato insieme un tango inventando tutti i passi e avevo riso come una ragazzina volteggiando tra le sue braccia forti. Faceva caldo quella sera, avevamo già superato la prima metà di un giugno torrido, e Sean indossava una maglietta blu a mezze maniche che richiamava in maniera incredibile il colore dei suoi occhi, anche se lui non se ne era affatto accorto. Era più grande di me, con sottilissime rughe agli angoli della bocca, il che mi lasciava intendere fosse una persona allegra, che sorrideva spesso. Ci sono persone che, in età anche meno avanzata, già mostrano profondi solchi d'espressione sulla fronte e fra le sopracciglia, perché se ne stanno sempre immusonite, imbronciate, ma Sean non era fra loro, la sua fronte, alla soglia dei quaranta, era liscia quanto quella di un bambino, o quasi.
Mi aveva riaccompagnata a casa - in quel periodo non potevo permettermi più che una spoglia camera in un motel vicino alla tangenziale - e non aveva chiesto di fermarsi per la notte, non aveva spinto la sua lingua nella mia bocca per mostrarmi quanto fosse virile e quanta voglia avesse di scoparmi. Mi aveva semplicemente stretto una mano - non come si fa per presentarsi, ma tenendola un istante fra le sue, tiepide, mentre mi guardava negli occhi e sorrideva - e mi aveva augurato la buonanotte come nessuno aveva mai fatto prima. Non avevo avuto molti incontri fortunati, prima di quello: se lo state pensando, avete assolutamente ragione. Gli uomini che bazzicavano attorno a donne come me, solitamente altri non erano che ubriaconi perdigiorno e mariti in cerca di una nuova avventura, ma con Sean, sin dal primo istante, tutto era stato diverso, tutto aveva seguito quelle Regole Segrete che Amore deve seguire, e non avrei potuto fare niente per oppormi a quel sentimento, niente per fingere di non aver allungato la mano, averlo toccato e averlo sentito scorrere dentro di me.
Le volte in cui rincasava prima di me, Sean cucinava e preparava la tavola con cura: sembrava quasi dovesse attenderci un banchetto di nozze con tutti i crismi, e non carne ormai dura e piselli riscaldati. Le sue erano mani ruvide da lavoratore, mani che, per tutto il giorno, avevano a che fare con olio, grasso per motori, carburatori e candele, eppure sapevano essere così delicate quando disponeva i fiori, raccolti vicino casa, al centro della tavola, dentro a qualche bicchiere colmo d\'acqua, o quando carezzavano il mio corpo per darmi piacere.
Al terzo mese dal nostro primo incontro, avevamo deciso di trasferirci a vivere insieme. La roulotte era stata un colpo di fortuna, la vendeva un suo cliente che non aveva quasi mai modo di usarla, e, data l'amicizia di vecchia data, il prezzo era stato abbassato ulteriormente. Ci eravamo sistemati appena fuori città perché io amavo il verde dei boschi, il bianco delle margherite attorno quando uscivo di casa per andare a lavorare, e con la mia vecchia auto e il suo furgoncino potevamo comunque muoverci senza problemi da un posto all'altro.
Sean diceva sempre che ci saremmo sposati, che ci saremmo sposati e che avremmo avuto dei bambini, ma, per quanto lo desiderassi, più passava il tempo, meno la cosa mi sembrava fattibile. Avevamo a malapena i soldi per sopravvivere noi due, come avremmo potuto mantenere dei figli, comprare loro i vestiti e mandarli a scuola? Una roulotte al limitare dei boschi poi mi sembrava il posto meno adatto per crescere dei bambini, così le promesse sfumavano nel nulla ed entrambi cercavamo di non pensare a quanto sarebbe stato bello se, a quanto ci sarebbe piaciuto che.
Facevamo l'amore ogni notte. Ogni. Notte. A dispetto di quelle donne che si lamentavano dei mariti sempre assenti e disattenti, degli uomini che si lagnavano delle mogli sovrappeso non più attraenti come una volta. Io e lui eravamo perfetti, non saremmo sopravvissuti l'uno senza l'odore dell'altra addosso per più di un giorno e ci piaceva che fosse così. Le sue mani esperte sapevano sempre dove toccarmi e quando farlo, senza bisogno fossi io a dirglielo, e i suoi baci erano roventi erano aria per i polmoni, mi erano sempre più indispensabili ogni ora che passava, ogni giorno che moriva, invece che perdere fascino con il tempo come succedeva per le persone che frequentavamo.
Era una vita semplice quella, una vita fatta solo di cose essenziali, che ci faceva guardare gli altri con una certa sicurezza, una certa superiorità, anche quando questi ci compativano o dicevano avremmo meritato qualcosa di meglio. Di meglio non esisteva, ma loro non potevano capirlo: loro, con i televisori a sei miliardi di pollici e gli schermi tanto piatti da sembrare fogli di carta; loro, con il modello di auto più veloce, più recente, dal colore più alla moda, con l'impianto stereo MP3 e il navigatore satellitare e l'aria condizionata e i copri sedile in tinta; loro, che dicevano: «L'amore non esiste, esiste solo il sesso» e credevano di avere in pugno chissà quale grande verità. Mi facevano pena, non li invidiavo neanche un po'.
I problemi erano cominciati con il freddo, erano arrivati con il vento gelido che soffiava da est. Le cime delle montagne si erano ricoperte di neve, come enormi dolcetti triangolari dalla punta intinta nella panna montata. Sapevamo presto avrebbe nevicato anche più a valle, sui nostri boschi e le nostre città. Amavo la neve perché sapeva trasmettermi un profondo senso di pace; la amavo anche quando questo significava guidare a passo d'uomo giù per le stradine che si srotolavano attorno alla collina, o quando camminare diventava un'impresa perché si sprofondava in tutto quel bianco fin quasi alle ginocchia.
Dicevano che Matthew Schomer, quello della drogheria in fondo alla strada, si era sentito male. Stava lavorando la terra del suo giardino, quando qualcuno lo aveva aggredito, lo aveva ferito ed era scappato. Da due giorni era bloccato a letto e sembrava deperisse a vista d'occhio.
«Lo giuro, quanto è vero Dio.» Liz Natero amava tenere comizi del genere, mentre incollavamo bottone dopo bottone sulle facce delle nostre bambole. Non troppo in alto, non troppo in basso: nessuno avrebbe mai voluto bene a una bambola strabica o, ancor peggio, nessuno avrebbe mai speso soldi per acquistarla. «Io l'ho visto con questi miei occhi», diceva, «si è prosciugato, è ridotto a uno scheletro.»
Matthew era vecchio, soffriva di artrite reumatoide, non ci vedeva più bene e il catarro lo stava soffocando. Fumava come una ciminiera e le uniche cose che lo tenevano occupato durante il giorno erano il lavoro alla drogheria, dove si alternava con la moglie, e il giardino della sua casa. Piantava semi che non vedeva, che non sapeva riconoscere, e dalla sua terra non spuntava mai nulla, se non le lattine di birra vuote che i ragazzini ci gettavano, ma per lui non faceva differenza: quello era l'unico modo che conosceva per tenere occupata la sua mente stanca. Nessuno si era stupito, quando si era sparsa la voce non sapesse da chi, o da cosa, fosse stato aggredito. Poteva trattarsi di una persona così come di un animale, ma siccome si ostinava a non voler andare in ospedale per gli accertamenti, nessuno poteva dargli una mano nell'interpretare la dinamica dell'incidente. Il giorno stesso in cui il fatto era accaduto, Matthew aveva raccontato a Ellie, sua moglie, di essere caduto a terra, di aver avvertito una sorta di ringhio e subito dopo un dolore alla gamba destra tanto forte da fargli perdere i sensi. Lo avevano trovato così, la faccia premuta contro l'erba rada e rinsecchita, con la bava alla bocca e il terriccio sotto al suo corpo pregno di sangue. «Un cane, forse», era stata la conclusione del medico. «Gli ha portato via un pezzo di polpaccio, quasi sicuramente con un morso.»
A noi, a me e Sean, quelle voci arrivavano come lontane e poco interessanti: quelli erano problemi della città e di chi in città viveva, non riguardavano noi o il nostro piccolo Eden privato.
«È un brav’uomo», aveva detto una volta Sean mentre stavamo cenando. «Speriamo solo ce la faccia.»
Inutile dirlo, ma tutti davano per spacciato il vecchio Matthew, vuoi per l'inusuale febbre che sembrava corroderlo sempre più giorno dopo giorno, vuoi per la fragilità già tipica del suo fisico: anche fosse stato in buone condizioni, quanto ancora avrebbe tirato avanti, con quei polmoni anneriti dal fumo, le gambe che quasi non lo reggevano più e la cecità pressoché totale degli occhi? «La sua è stata una manna dal cielo», diceva qualcuno. «In un paio di giorni sarà tutto finito, riposerà in pace e forse avrà il gran culo di svegliarsi in un mondo migliore.» Un mondo migliore con scarpe Prada e borse Louis Vuitton gratis per tutti, pensavo io concretizzando le loro visioni.
Fino a quel momento comunque nessuno si era davvero interessato alla questione. C'era chi andava a trovare Ellie portandole mazzi di fiori freschi e chi semplicemente chiacchierava dell'accaduto tra un pieno e l'altro alla pompa di benzina, ma tutto lì cominciava e lì terminava. Fu solo quando Matthew scomparve che le cose precipitarono davvero. Quel mattino, alla fabbrica, la bocca di Liz Natero si muoveva a una velocità che aveva del soprannaturale, per raccontare ciò che con quei suoi occhi aveva visto e ciò che invece le era stato riferito. A suo dire, quando era passata davanti alla casa di Ellie e Matthew, la porta era spalancata e tre auto della polizia stavano parcheggiate lì di fronte. Gli agenti facevano avanti e indietro fra l'interno dell'abitazione e il giardino, ma quando aveva provato ad avvicinarsi per chiedere informazioni - o ficcanasare, che dir si voglia - era stata bruscamente allontanata e congedata con un: «Qui non c'è niente da vedere». Da vedere, in realtà, sembrava ci fosse molto: Matthew era sparito, l'unica traccia della sua presenza che fosse rimasta era una macchia scarlatta di sangue sul letto, là dove le bende che ricoprivano il suo polpaccio premevano contro il materasso giallo crema, ed Ellie, o ciò che di lei restava, era stata trovata un po' nella cucina, un po' nel salotto e un po' nel bagno. «L'hanno fatta a pezzi», raccontava Liz Natero, e nessuno incollava più bottoni, perché tutti gli occhi erano fermi su di lei e tutte le bocche erano spalancate per lo shock, «smembrata. Pare abbiano mangiato quasi tutta la carne che era attaccata al suo corpo, eccezion fatta per parte del braccio destro, piedi e mani.» Qualcuno era andato in bagno a vomitare, qualcun altro diceva: «Non ci credo» e intanto sbagliava ad attaccare occhibottone.
Nei giorni successivi, in città ci fu un gran via vai di acquisti, tra la ferramenta di Jack Olson e l'armeria di Harvey Beavan. Tutti compravano tutto, nella speranza di non fare la stessa fine della povera Ellie - e del povero Matthew che, sebbene nessuno lo avesse ancora detto a voce alta, si credeva fosse stato divorato allo stesso modo, ossa e braccio e piedi e mani compresi. I giardini attorno alle case pullulavano di trappole per orsi, le credenze delle cucine erano stipate di fucili e pallettoni. Che si trattasse di un lupo, che si trattasse di un coyote, o di qualunque altra stramaledetta bestiaccia, nessuno gli avrebbe permesso di entrare in casa propria, anche a costo di rischiare qualche bambino, giocando, mettesse piede in una di quelle trappole restando storpio a vita.
A tavola, certe volte io e Sean ne parlavamo. «È stato solo un incidente», diceva lui. «Un incidente tragico e orribile, ma pur sempre un incidente. La gente di questo posto ama ingigantire i fatti per aver qualcosa su cui concentrarsi, altrimenti morirebbe di noia. Si creano dei fantasmi per poi potersi tenere occupati combattendoli, tutto qui.» Probabilmente aveva ragione. Anzi, ne ero certa. Il fatto però un qualche animale selvatico si aggirasse indisturbato per la zona, convinto di poter far colazione con uno di noi ogni qualvolta ne sentisse il bisogno, un po' mi disturbava, così avevo convinto Sean a comprare un fucile da tenere a portata di mano dentro alla nostra roulotte: non si sapeva mai che cosa sarebbe potuto accadere.
Con la stessa rapidità con cui la paura riesce a insinuarsi nelle nostre menti, così la morte era scesa sulla nostra città, una cappa di nero fumo che sembrava soffocare ogni speranza e non lasciare vie di fuga. Le persone sparivano una dopo l'altra, e, quando non sparivano, venivano ritrovate in condizioni pietose. Avevano dovuto usare il calco dentale per riconoscere la figlia dei Baker, perché di lei non era rimasto altro che ossa scheggiate e brandelli di muscoli. La faccia era stata strappata via, gli occhi risucchiati fuori dalle loro cavità, chiazze di cuoio capelluto, con ancora qualche ciuffo biondosangue appiccicato sopra, erano state trovate attaccate al cranio nudo. Uno ad uno, gli abitanti si affollavano nella chiesa cittadina per pregare quel Dio che sembrava essersi dimenticato di loro, forse preso da altro, e pagavano quotati cacciatori perché eliminassero una volta per tutte la bestia che stava decimando le loro famiglie. Nessuno di questi cacciatori naturalmente aveva mai fatto ritorno, una volta accettato l'incarico.
Poi, quando nessuno se lo sarebbe mai aspettato, Matthew Schomer era ricomparso.
Una volta tanto, la notizia non era arrivata alle mie orecchie portata dal cicaleccio di Liz Natero o qualche suo pari, perché la scena si era svolta direttamente sotto al mio sguardo. Direttamente sotto al mio sguardo atterrito.
Il Market Palace era una sorta di modesto centro commerciale in cui si poteva trovare di tutto: dagli indumenti al cibo, dai prodotti per la casa e l'igiene personale alle mountain-bike e gli elettrodomestici. Una volta alla settimana, andavo lì con la mia auto e buttavo soldi nelle cose che ci servivano, il che per lo più si riduceva ai beni alimentari, qualche saponetta, le sigarette per Sean! . All'uscita, puntualmente mi attardavo a osservare le vetrine esterne, principalmente quella che si apriva sulla sinistra dell'ingresso, dove stavano esposti gli abiti pre-maman, i giocattoli e i mobili per le camere dei bambini. Mi ci perdevo, tra quelle tinte pastello e quelle palle di peluche colorato dai faccini sorridenti. Nonostante cercassi di soffocare con tutte le mie forze quel desiderio di maternità che sentivo crescere dentro me, lui riusciva sempre a tornare e ogni volta tornava più forte. Era anche capitato qualcuno, vedendomi lì ferma, si fosse avvicinato per chiedere: «Quando nascerà?» e la mia bocca si era mossa da sola, spinta da un'invisibile molla, nel rispondere: «Siamo ancora nei primi mesi». Quella volta, rannicchiata sul nostro letto a una piazza e mezza, avevo pianto fino ad addormentarmi e Sean mi aveva trovata così, sfinita e con le guance ancora umide di lacrime, quando era tornato dal lavoro. Condividevamo lo stesso dolore, ma credo il suo promettere un giorno le cose sarebbero cambiate lo facesse sentire meglio, al sicuro da quel futuro che invece terrorizzava me.
Anche quel giorno ero stata al Market Palace e anche quel giorno i soldi nelle mie tasche erano contati. Ne ero uscita con un unico sacchetto, dentro: scorte di cibo a lunga conservazione e buste di pasta prive di marca; mi ero fermata lì fuori, gli occhi catturati da un nuovo fasciatoio bianco e azzurro che non avevano mai esposto prima, e ogni cosa si era svolta alle mie spalle, ma riflessa sulla superficie della vetrina come su quella di un limpidissimo specchio.
Che quello fosse proprio il vecchio Matthew, non c'erano dubbi, anche se i suoi lineamenti sembravano diversi, quasi qualcuno avesse giocato con la pelle della sua faccia, scomponendola e rimodellandola. Le guance, la fronte, il mento: tutto era talmente teso, tirato, da sembrare meno che una traslucida pellicola blu applicata sul teschio; aveva fosse blu scuro scavate sotto agli occhi e agli zigomi e tutto un reticolato di vene e capillari, perfettamente visibile anche a occhio nudo, che lo avvolgeva come una ragnatela; le labbra, sottili e quasi nere, si ritraevano su denti spaccati e marroni, in mezzo ai quali persistevano resti di cibo e sporcizia, o almeno ciò che io identificavo come pezzi di cibo e sporcizia; i suoi vestiti strappati lasciavano nudi gli arti e al polpaccio destro mancava una buona metà - un morso, quello che l'uomo aveva subito durante il primo attacco, ben più feroce di quanto Liz Natero avesse mai raccontato. Come richiamati da una voce inesistente, tutti in strada si erano fermati e voltati in quella direzione. Io stessa lo avevo fatto, per meglio far luce su quello che stava capitando, anche se uno strano rimescolio alla bocca dello stomaco sembrava suggerirmi, come mossa migliore, il salire in macchina e scappare. Non diedi ascolto a quel rimescolio, restando con gli occhi fissi alle mani del vecchio, protese in avanti, alle sue dita che stringevano, con forza non sua, il collo della prima donna che si era ritrovato accanto e ai suoi denti che, in maniera famelica, si erano avventati contro il corpo di lei per... morderlo? Con un urlo e un inutile tentativo di liberarsi, la gola della donna venne aperta e schizzi di sangue scuro zampillarono nella bocca di Matthew, sulla sua faccia, a inzuppare la camicia bianca di quella sconosciuta che agitava gambe e braccia con ferocia mai vista, in preda al dolore, trapanando i nostri cervelli con le sue grida. A queste, si erano ben presto aggiunte le grida di tutti i passanti, che un secondo dopo già stavano scappando in ogni direzione possibile, spingendosi e calpestandosi l'uno con l'altro. Io sola restai ferma, la macchina a pochi metri di distanza sulla sinistra, il respiro congelato da qualche parte tra le narici e la gola. Mi sono sempre considerata un essere razionale, più che istintivo, quindi non mi riusciva di muovere un solo passo senza prima aver ben chiara in mente la dinamica dei fatti, il perché di quella immotivata carneficina.
La donna, quella sconosciuta di mezza età dai capelli lucidi e ondulati, dal cappotto aperto e dalla lunga gonna beige, aveva smesso di lottare e si era semplicemente accasciata al suolo. Il vecchio Matthew ancora le stava addosso e brandelli di carne insanguinata e poltiglia rosso-rosa gli pendevano dagli angoli della bocca scura, marcescente. Immaginai che fosse morta. Non si poteva perdere tutto quel sangue e restare in vita. La pozza in cui intingevano i piedi, e buona parte degli abiti di lei, era talmente estesa da poterci fare il bagno a un bambino. No, non poteva assolutamente essere soltanto svenuta.
Poi era partito il proiettile, uno schioppo potente da qualche parte alla mia destra, e la testa di Matthew era esplosa come un palloncino calpestato. Aveva dipinto una nuova chiazza grigio-marrone sul muro alle spalle della donna, qualcosa di molto simile alle macchie di Rorschach. Non era uscito sangue.
Lungo la strada del ritorno, avevo dovuto fermare la macchina. Con la fronte imperlata di sudore freddo, ero scesa e avevo vomitato sull'erba ciò che restava del mio pranzo, mischiato a saliva e succhi gastrici. Ero caduta sulle ginocchia, avevo premuto le mani contro l'asfalto e non c'era una sola parte di me che non stesse tremando. Avevo assistito a uno spettacolo privo di qualsiasi logica, a un tripudio di insensata violenza e follia. Tutto ciò che volevo fare, l'unico desiderio che avevo, era vedere Sean, abbracciarlo, farmi cullare e rassicurare dai suoi: «Va tutto bene, non sta succedendo niente, è solo la gente di questo posto che esagera».
È solo la gente di questo posto che esagera.
Non c'era più stato tempo per le rassicurazioni comunque. Non c'era più stato tempo per niente. I telegiornali, tutti i telegiornali e non soltanto quelli locali, avevano cominciato a parlare dell'accaduto e tanti, troppi punti in comune erano stati trovati con quanto stava accadendo in altre località limitrofe. Le persone sembravano impazzire, si aggredivano l'una con l'altra, si mangiavano. Mangiavano carne umana. Viva. Organi interni ancora caldi e pulsanti. Pelle, muscoli, tendini, tutto ciò in cui i loro denti riuscivano ad affondare. Parlavano di un virus, parlavano di contagio, intimavano agli ascoltatori di chiudersi in casa, di sprangare porte e finestre, di non aprire a nessuno, neanche a chi si conosceva, perché chiunque poteva essere portatore di quel male, forse anche chi all'apparenza era sano.
«Pensi succederà anche qui?» Glielo chiedevo puntualmente, indicando con qui la nostra zona, i boschi, la parte più isolata della città. Lo chiedevo a lui, che era il mio Dio, che doveva avere tutte le risposte pronte. «Pensi arriveranno fino a qui e ci uccideranno?». Sean caricava il fucile e rispondeva: «Andrà tutto bene. Ci sono io con te».
Avevamo sprangato tutto, come dicevano di fare, anche se una roulotte è sempre una roulotte e questo mi spaventava. Volevo scappare, volevo trovare un posto sicuro in cui trasferirmi con Sean, un posto dove la gente non sbranava altra gente e non impazziva senza un motivo, ma a sentire i telegiornali un posto così non esisteva: erano le regole del mondo che si stavano capovolgendo, un brutto film dell'orrore, a cui nessuno avrebbe dato due centesimi, che improvvisamente diventava reale. I morti risorgevano per sterminare i vivi, e tutto quello che potevi fare era sperare in una morte dignitosa, con una pistola in bocca o la testa nel forno magari.
La città si era svuotata, era stata prosciugata delle sue anime. Di quelle che ancora respiravano, per lo meno. Chi era vivo si nascondeva, chi era morto si trascinava per le strade in cerca di cibo, per placare una fame che non si sarebbe placata mai.
Cosa sarebbe successo, quando fossimo tutti morti? Di cosa si sarebbero nutriti allora? Era quello forse l'unico modo per sconfiggerli: attendere che il loro banchetto finisse, sacrificare l'intera umanità per la causa, pregare che, da lassù, Dio allungasse una mano per creare nuova vita dopo questo scempio.
Anche i canali televisivi cominciarono a sparire, uno a uno. Potevi seguire un servizio e un istante dopo sentire urla provenienti dallo studio. Poi tutto si oscurava e restavano solo linee grigie da fissare.
Dicevano che li si doveva colpire alla testa, danneggiare il cervello. «Ucciderli è possibile», avevano annunciato, uno degli ultimi giorni prima che il canale saltasse, «mirate alla testa.» Ci aggrappavamo a quelle piccole certezze perché non avevamo altro da fare. Certe volte la situazione mi sembrava così ridicola che non potevo fare a meno di ridere. Alle risa seguivano le lacrime e la paura di impazzire prima ancora che uno di quei cosi riuscisse a prendermi. «Il morbo si diffonde con il sangue», dicevano. «Se conoscete qualcuno che è stato ferito, uccidetelo prima che uccida voi.»
Per qualche giorno, qui, sulle colline, si era respirata una pace strana. L'unico rumore che si sentiva era quello del vento, o della pioggia se decideva di scendere. Gli uccelli avevano smesso di volare, avevano smesso di cinguettare; non c'erano cani, non c'erano capre, non era rimasto niente. Pensai gli animali avessero avvertito il pericolo molto prima di noi, dicevano funzionasse così per loro, e fossero scappati. Magari loro erano riusciti a mettersi in salvo, forse avevano trovato rifugio su alture talmente impervie da risultare inaccessibili per quei mostri. Forse. O forse erano semplicemente stati eliminati.
Durante il giorno, durante la notte, qualsiasi rumore bastava a farmi accapponare la pelle. Il cuore mi schizzava in bocca e qualsiasi oggetto tenessi in mano diventava la possibile arma da usare. Mi ripetevo il cervello, devo danneggiargli il cervello! , ma intanto non muovevo un muscolo, non fiatavo, fino a quando il rumore non era del tutto scomparso.
Di vivi, quassù non ne sono mai arrivati. Per un po' ci ho sperato, squadre di salvezza, protezione civile, chiunque avesse un qualunque tipo di divisa e fosse pronto a dirmi: «Siamo qui per aiutarvi» era ben accetto, ma non arrivò mai nessuno. Nessuno di vivo, ripeto.
Presumibilmente quando il cibo in città cominciò a scarseggiare, i primi zombie - così li avevano definiti in televisione - si avventurarono su per le colline. Le strade erano lunghe, sebbene non particolarmente proibitive, e le zone pressoché deserte, il che immaginai fosse il motivo per cui, fino a quel momento, avevano preferito restare a valle, dove sfondare una finestra a pugni era facile e la carne certo non mancava.
«Facciamo l'amore.» Non sapevo fossero sulle nostre tracce, non lo immaginavo ancora. I giorni si erano susseguito, uno uguale all’altro, gonfi solo di terrore, come una bolla purulenta sul punto di scoppiare. Avevo bisogno di sentire Sean, di saperlo vicino, di immaginare, per la durata di un orgasmo o due, che la vita fosse ancora normale, che l'indomani sarei entrata nella solita fabbrica per incollare i soliti occhibottone sulle solite bambole cieche, e non che, da lì a qualche ora, saremmo potuti diventare il dessert di qualche nostro concittadino morto.
Per lungo tempo, il cigolio del letto aveva coperto qualunque altro suono. Quel modo di fare l'amore, quello era diverso da tutto ciò che conoscevo: era disperato, era violento, provocava un'alienazione totale invece che coinvolgimento. Ci amavamo come sempre ci eravamo amati, ma la paura ricopriva ogni nostro movimento come un guanto, lo guidava così come guidava ogni nostro pensiero. Incessantemente, come fosse quello l'unico modo che avevamo per sopravvivere, lo avevo accolto nella mia bocca, avevo montato il suo corpo, mi ero fatta sbattere ed ero venuta gemendo, fregandomene di chi mi avrebbe potuta sentire, perché tanto erano tutti morti e presto lo saremmo stati anche noi. Esausti, con l'aria ormai pregna dell'odore dei nostri umori, mi ero stesa accanto a lui, mi aveva abbracciata, e avevo pianto le ultime lacrime che mi erano rimaste in corpo. «Io ti amo», aveva sussurrato Sean. «Ti amerò sempre, qualunque cosa accada» e io ancora, tra un singhiozzo e l'altro, cercavo di capire in cosa avevamo sbagliato, cosa avevamo fatto di tanto spregevole per meritare una fine simile. Il nostro piccolo Eden infranto. Forse avremmo avuto abbastanza culo da svegliarci in un mondo migliore. Un mondo migliore con scarpe Prada e borse Louis Vuitton gratis per tutti.
*
Abbiamo quasi terminato le munizioni, ma loro continuano ad aumentare. Quanti ce ne saranno ancora, là fuori? E quanti giorni sono trascorsi, da che tutto ha avuto inizio? Abbiamo smesso di contarli. Il tempo assume un valore tutto particolare, quando sai di essere condannato. Come andare dal dottore e sentirsi dire: «Signor X, lei fra due giorni morirà». Be', non lo vuoi sapere quando scadranno quei due giorni, vuoi chiudere gli occhi e tapparti le orecchie e fingere che sia stato solo un brutto sogno. Perché ne hai ancora tante di cose da fare, così tante, e noi volevamo avere un bambino, una famiglia felice qui sulle colline, senza maxi-schermi e lettori MP3, solo con la serenità familiare più pura e il nostro amore e il bianco delle margherite a puntellare il verde acceso del prato.
Allora, cosa abbiamo fatto di tanto sbagliato per meritare tutto questo? Chi vuole rispondere alla domanda?
Sean è stato ferito. Con un solo morso, uno di quei figli di puttana gli ha portato via tre dita. Lui ha preso il coltello elettrico dalla cucina e si è tagliato via l'avambraccio, da sotto il gomito in poi. «Per evitare il contagio», ha detto, ma urlava così forte e c’era così tanto sangue che sono certa anche Dio lo abbia sentito, anche Dio lo abbia visto, e forse si è goduto lo spettacolo dal suo televisore a sei miliardi di pollici, con lo schermo tanto piatto da sembrare un foglio di carta, e il dolby surround e la poltrona in pelle reclinabile e vibrante.
A fanculo Dio e a fanculo tutto quanto.
Il contagio non è stato evitato, Sean ha la febbre e sembra ritirarsi su se stesso sempre più, come qualcosa, da dentro, lo stesse risucchiando. Il suo volto, il suo torace pieno, tutto è sparito e ci sono solo costole e giunture e ossa lunghe e ossa piatte ora.
Ha detto: «Sai come usarle», quando gli ho riferito che erano rimaste soltanto due pallottole. Sai come usarle. E tutto quello che posso fare ora è:
- caricare il fucile
- prendere la mira
- sparare
Appoggio la canna contro la sua fronte mentre mi guarda disteso sul letto. Gli occhi sono ancora i suoi, il blu non è cambiato.
Di finali per la nostra storia ne avevo immaginati tanti, ma questo non era previsto.
Dico: «Ti amo» e premo il grilletto.
Bang.
Il proiettile non è andato sprecato, ora Sean si trova sul cuscino e sulla parete e sulla finestra sprangata, in sfumature che vanno dal rosso cremisi a quello scarlatto, passando per il grigio della materia cerebrale. Dal suo collo, il sangue zampilla come acqua da un idrante, e questa è la mia unica consolazione: non sono riusciti ad averti, amore mio, non sono riusciti ad averti.
E mentre mani morte e dita morte raschiano contro la porta e spingono la roulotte facendola ondeggiare, siedo, infilo la canna del fucile in bocca, come una volta ho visto fare in un film, e ne sorreggo il calcio tra i piedi, allungando il braccio sinistro fino a toccare, con il pollice, il grilletto.
Questa è la fine del vostro banchetto, stronzi pezzi di merda. La vostra portata speciale vi saluta, e vediamo cosa farete dopo.
Alla fine vinciamo noi, alla fine vinciamo sempre. E ci sveglieremo in un posto migliore, dove tutto sarà perfetto.
«Mi piacerebbe avere un bambino, un giorno.»
«Uno soltanto? Perché non due o tre?»
«Scemo...»
«Tre splendide bambine, tre ritratti in miniatura della loro mamma.»
«Non possiamo permetterci tre figli, Sean.»
«Possiamo permetterci qualunque cosa, devi soltanto crederci. Troverò un lavoro migliore, ci trasferiremo in un posto più grande. E saremo felici, come ora, per sempre.»
Perché l’amore esiste. L'amore esiste così come esistono il cielo e le montagne e gli uccelli, che si librano in volo con le grandi ali piumate spianate. L'amore vero, l'amore eterno, quello a cui solo la morte può mettere fine, quello che i poeti declamano nelle loro poesie e le nonne leggono nelle favole quando la sera cercano di far prender e sonno ai nipoti.
L'amore esiste, ed è questa l'unica cosa di cui sono veramente certa.
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