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Autore: Lan Awn Shee
Categoria: Film
Fandom: The Others
Personaggi: Annie Stewart, Nicholas Stewart, nuovo personaggio
Avvertimenti: nessuno

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Le risposte di Lan Awn Shee

Nascondino

Una prima versione di questa storia apparve tra le partecipanti al secondo concorso organizzato da il fu Out of Time. Tuttavia, rispetto a quella, la versione qui riportata è stata leggermente modificata e migliorata. Ringrazio Jean Genie per i consigli in proposito.

Un passo. Un altro. Piano. Piano, altrimenti le foglie secche avrebbero potuto scricchiolare, e allora...
Si fermò di colpo al movimento dell’altro, mordendosi le labbra. L’aveva vista?
Il bambino roteò appena la testolina bruna, ma non nella sua direzione. 
Forse qualche animale si era mosso. Avevano visto degli scoiattoli, a volte, correre per il parco. O forse era solo qualche stupido uccello.
Doveva averlo pensato anche lui, perché abbassò la guardia e si nascose nuovamente.
Avrebbe potuto ricominciare ad avvicinarsi, ma non era prudente muoversi subito. Meglio aspettare in silenzio.
Appoggiò la mano sulla corteccia di uno degli alberi che la nascondevano, sbirciando la posizione dell’altro che, di spalle, continuava a cercarla invano con lo sguardo. 
Aveva paura di essere trovato, il piccoletto...

Gli Altri arrivavano sempre senza che lei se ne accorgesse. Non riusciva a capire come potesse succedere, ma succedeva. Sempre.
D’accordo, la prima volta era stata particolare. Non aveva ancora coscienza di quello che era diventata. Di quello che erano diventati. Non le era sembrato poi così strano sperare che ciò che le era stato insegnato fosse vero. Che la misericordiosa onnipotenza di Dio potesse davvero regalare miracoli a coloro che erano pentiti dei loro peccati.
Le tremavano ancora le mani a ricordare come aveva scoperto la verità, ma erano passati anni, e col tempo il suo senso di smarrimento aveva lasciato il posto ad una rassegnazione sempre più determinata. Avere accanto i suoi domestici l’aveva aiutata, in questo. Le aveva dato sicurezza sapere che si poteva “sopravvivere” allo sfascio delle proprie credenze, per quanto questo verbo suonasse così tristemente ironico per un fantasma.
Si era decisa ad aggrapparsi ad una sola cosa, con le unghie e con i denti: alla consapevolezza che quella era la loro casa. La loro casa. Di nessun altro.
Non era poi così difficile dissuadere i nuovi acquirenti. Da un certo punto di vista, era quasi divertente. C’era un sadico piacere nel vedere gli altri nelle stesse situazioni che, tempo prima, l’avevano tanto angosciata. Porte chiuse che si aprono da sole, mobili che si spostano dove non c’è nessuno, voci... Faceva anche in modo che ogni tentativo di riallacciare i fili per l’elettricità fallisse. I tedeschi l’avevano tolta a lei, e lei sola aveva il diritto di ripristinarla. Ma, visto che non aveva più la possibilità di farlo, quella casa, la sua casa, ne sarebbe rimasta priva. 
Funzionava, comunque. Se ne andavano sempre. E ogni volta che sentiva la porta chiudersi, la chiave girare nella toppa e il motore dell’ennesima odiata automobile allontanarsi verso il cancello e poi sparire lontano da loro, ogni volta provava un dolcissimo senso di trionfo, unito alla speranza che finalmente gli Altri avrebbero capito che quella casa non era un buon affare.
Ma le sue aspettative venivano costantemente deluse. E la cosa che la irritava di più era che non riusciva mai a fermarli prima che si insediassero. Si accorgeva degli Intrusi solo quando era troppo tardi. Come era successo la prima volta.
«Bisogna anche capirli...» cercava di consolarla la signora Mills, seduta assieme a lei al tavolo della cucina in attesa che l’acqua per il tè bollisse, «È una bella casa. E ha un parco molto grande.»
«Ed è infestata!» protestò insofferente Grace, alzando tanto il tono di voce da far sobbalzare Lydia, intenta a tagliare un po’ di dolce. «Lo sanno tutti. Tutti! Quanto può essere testarda la gente?» 
La vecchia governante sorrise con indulgenza, scuotendo la testa a sua volta: «Madam, non è facile per loro accettare la nostra esistenza. È qualcosa di così strano, di così lontano da ogni logica... Anche voi, all’inizio, non credevate agli spiriti, e la piccola Anne se lo ricorda bene...» 
Anche Grace se lo ricordava bene. Aveva reagito con molta severità a quelli che credeva scherzi macabri di cattivo gusto inscenati dalla sua primogenita. Ma si sbagliava.
Lydia appoggiò sul tavolo i piattini che aveva riempito con le fette leggermente sbriciolate di plumcake, poi rapidamente preparò la teiera e mise in tavola anche quella, per prendere infine posto assieme alle altre due donne. Grace trovava tremendamente scomodo doversi ridurre a bere il tè in cucina, ma il salotto e la sala da pranzo quel giorno erano occupati da loro e da tutta l’altra gente che avevano fatto entrare. E l’emicrania, che - contrariamente a quanto aveva sperato in vita - la perseguitava anche da morta, non le dava pace, togliendole la forza e la voglia di farli sloggiare per rimanere tranquilla.
Le tre mangiarono in silenzio per un po’. Dal resto della casa proveniva un fastidioso parlottio, più o meno sommesso, e passi concitati rimbombavano avanti e indietro per le stanze.
«Quanto baccano...» sibilò Grace, accarezzandosi leggermente le tempie e sistemandosi poi nervosamente i capelli biondi, come se quel gesto avesse potuto vagamente scompigliarglieli.
«È successo un bel guaio» commentò la signora Mills, portandosi alla bocca la sua tazza.
«Spero solo che questo li convinca ad andarsene subito» continuò l’altra freddamente, tagliandosi un boccone di dolce con la forchetta. Non è che provasse grande pena per loro. Se non avessero voluto a tutti i costi acquistare una casa così grande, forse avrebbero potuto tenere la situazione sotto controllo...
«Prima dovranno trovare quello che cercano.» replicò la governante, con la solita pacatezza. 
«Il signor Tuttle non ha visto niente, là fuori?» domandò la padrona di casa.
«Non che io sappia» rispose la signora Mills, e Lydia sottolineò il concetto scuotendo con decisione la testa.
Grace sospirò leggermente e si zittì, giocherellando con la forchetta e le briciole rimaste nel suo piatto.
«Forse i bambini ne sanno qualcosa, madam...» azzardò la vecchia signora.
La donna sollevò la testa per guardarla fissa negli occhi: «Forse...» concesse, più rivolta a se stessa che alle altre due.

«Tana per Nicholas!» gridò Anne, piombando alle spalle del fratello minore e rifilandogli una tale pacca sulla schiena da farsi male contro le sue vertebre.
Il poveretto, terrorizzato sia dallo strepito che dal colpo, non riuscì a fare a meno di urlare a sua volta per lo spavento. La bambina, soddisfatta del proprio agguato, si concesse di ridere di lui e della sua espressione impaurita. Non per niente lo aveva apostrofato più volte col poco lusinghiero appellativo di “fifone, fifone codardo”.
«Ma sei matta, Anne?» protestò il piccolo, non appena si fu calmato abbastanza da articolare di nuovo le parole. «Mi hai fatto male!» 
«Scusa...» fece quella, poco convinta, mentre il fratellino si massaggiava stizzito il punto offeso della esile schiena. «Comunque per questo turno tocca a te contare.» 
Nicholas la guardò con gli occhietti scuri socchiusi, poco entusiasta della prospettiva. Rimase in silenzio un po’ imbronciato a pensare, e poi domandò: «Hai già trovato Coleen?» 
Anne nascose il suo disappunto con un gesto vago: «Non ancora, ma non ci metterò molto.» 
«Allora non è detto che tocchi a me. Se Coleen libera tutti, dovrai stare ancora sotto tu» ci tenne a precisare trionfante il fratellino.
La bambina sbuffò, irritata all’idea: «Lo so. Ma tanto non ci riuscirà. Ha troppa paura. Inoltre lei non conosce ancora bene il parco. È arrivata da poco. E poi alla fine la trovo sempre.» 
In realtà non era così sicura di sé. Nicholas non era furbo, si nascondeva sempre negli stessi posti. Trovarlo era stato un giochetto. Coleen era diventata meno prevedibile di lui. E il parco era grande, e cominciava anche a salire un po’ di nebbia.
«Tanto la trovo» borbottò annoiata Anne, scrollando le spalle e riprendendo le ricerche.

«Signor Tuttle!» lo chiamò la signora Mills affacciandosi dall’uscio della porta di servizio. «Non la vuole anche lei una tazza di tè?» 
Il vecchio giardiniere rispose con un cenno, ben contento di potersi riempire lo stomaco con qualcosa di caldo. Non era ancora autunno inoltrato, era vero, ma il freddo non s’era fatto attendere, e l’umidità non era piacevole nemmeno per un fantasma. Una buona tazza di tè, invece, sì.
«Sta salendo la nebbia...» commentò la governante, sbirciando fuori dalla finestra della cucina, mentre il signor Tuttle si gustava la sua parte di dolce. «I bambini sono ancora nel parco?» 
«Ah sì...» replicò l’uomo, col suo solito tono un po’ smarrito, «I bambini. Li ho visti poco fa. Stanno ancora giocando.» 
I singhiozzi disperati di una donna risuonarono per la casa, interrompendoli.
«E... per il resto?» si informò la signora Mills.
Tuttle scrollò le spalle: «Niente...» rispose, con la bocca piena.

«Non è giusto» piagnucolò Nicholas, ma sua sorella continuava a camminare a qualche passo da lui, con un largo sorriso da vincitrice sulle labbra.
«È molto giusto, invece» replicò la bambina, scostandosi dal viso i boccoli che con la nebbia finivano per farsi appiccicosi e darle fastidio. «Ho trovato anche Coleen, quindi sono fuori. E siccome ti ho visto per primo, tocca a te stare sotto.» 
Il bambino ebbe un moto di protesta, ma non lo sfogò subito. Si bloccò, incrociando le braccia e mettendo il broncio. Ma quello era un modo perfetto per attirare l’attenzione della signora Mills, non di Anne. Infatti quella proseguì come se niente fosse, ignorandolo completamente e costringendolo a riprendere la marcia a passo più accelerato di prima, per recuperare terreno.
«Però...» insistette, «Perché dobbiamo giocare proprio a nascondino? A me non piace!» 
«Non l’ho deciso mica io» fece lei, voltando appena la testa indietro. «Lo sai che è sempre Coleen che inizia a nascondersi, quando ci vede.» 
«Ma sei tu che la spaventi!» continuò Nicholas. «Se non lo facessi, forse potremmo giocare a qualcos’altro, per una volta!» 
Anne si fermò e si voltò completamente: «Oh, vuoi giocare un po’ con le sue bambole?» lo prese in giro. Poi, dopo aver ridacchiato della sua espressione torva, si giustificò: «Lo sai che non è colpa mia se lei ha sempre paura. Non l’ho deciso io di essere morta.» 
Il bambino abbassò lo sguardo e rimase in silenzio per un po’, intento solo a guardarsi la punta delle scarpe. Poi rialzò la testa e si guardò un po’ in giro: «Non possiamo continuare domani?» domandò, stringendosi le braccia e strofinandosele appena. Cominciava a fare un po’ troppo freddo, là fuori.
Anne scrollò le spalle, indifferente: «Come vuoi. In effetti è meglio. Gli Intrusi la stanno ancora cercando, ed è meglio se non ci vedono. Ma non credere che mi dimentichi che domani toccherà a te contare!»
Nicholas aggrottò le sopracciglia, contrariato e leggermente spaventato: «Gli Intrusi? Ancora?» 
Si sentì un rumore attutito di sterpaglia smossa da passi concitati, e alcune voci, più o meno profonde, che chiamavano il nome di Coleen.
Anne si calcò in faccia un bel sorrisetto compiaciuto: «Sentito?»

Lydia era perplessa e agitata mentre stava spazzando i gradini della porta. Avrebbe voluto avvisare la padrona, in qualche modo, ma la signora non stava bene, e non osava disturbarla. Quanto alla signora Mills, era sparita, e non era riuscita a trovarla da nessuna parte. Così non le era restato che riprendere i propri lavori e aspettare che tornasse. 
Aveva quasi finito quando aveva visto arrivare i bambini. Con i suoi soliti movimenti affrettati e quasi impauriti, si era fatta da parte per permettere loro di passare, stringendo forte tra le mani il manico della scopa e guardando a terra.
Anne si fermò davanti a lei, con uno sguardo falsamente innocente che riusciva solo ad essere più insolente del solito: «Lydia, hai visto passare qualcuno?» le chiese. 
La cameriera, quasi intimorita, rimase con lo sguardo fisso sui gradini che aveva appena pulito e annuì.
Anne accentuò il suo sorrisetto: «Stiamo giocando insieme. Per favore, dillo tu alla mamma» continuò, e poi, con una risatina, entrò in casa.
«Sei cattiva, Anne» la rimproverò Nicholas, seguendola all’interno.
«Ho solo chiesto il permesso» ribatté lei, preoccupandosi di controllare che sua madre non fosse nei paraggi.

Il cicaleccio allegro delle voci dei bambini era divertente per la signora Mills, ma la padrona aveva dovuto ritirarsi in camera sua per quel fastidioso mal di testa che la tormentava, e non voleva che il loro chiocciare finisse per disturbarla. Solo quando fu lì lì per aprire la porta si accorse che le voci erano tre, e non due.
«Oh...» riuscì solo a dire quando si ritrovò davanti la bambina che per tutto il pomeriggio aveva tanto cercato.
«È stata Anne» spifferò Nicholas, abilissimo nel cogliere il tempo perfetto per scaricare la colpa sulla sorella. Grace non voleva che i bambini si affezionassero ai figli degli Altri, né tantomeno che giocassero con loro. L’unica cosa che era concesso loro fare era spaventarli.
La signora Mills si richiuse in fretta la porta alle spalle.
«Ho chiesto il permesso!» precisò Anne, guardando con astio il fratellino codardo.
«Va bene, va bene, comunque non è saggio fare tanto baccano, non vi pare?» fece la governante, sedando sul nascere il litigio che minacciava di scoppiare. «Vostra madre è di sopra, e non è il caso che scenda proprio ora, no?» 
Quelle parole furono sufficienti a ripristinare il silenzio e la calma.
«Glielo direte?» mormorò Nicholas alla donna, guardandola con espressione colpevole e gli occhioni neri imploranti. 
La signora Mills ricambiò lo sguardo con un sorriso confortante: «No. Sarà un segreto. Però è meglio se la vostra amica, ora, se ne va. Se volete continuare a giocare insieme, nessuno deve vedervi. Né vostra madre, né... gli Altri.» 
«Ma non può!» protestò desolato il bambino, con voce lamentosa.
La governante rise perplessa: «Come sarebbe ‘non può’? Certo che può, basta che cambi stanza! I suoi genitori la stanno cercando da stamattina!» 
«Ma non l’hanno trovata» spiegò Anne, gravemente.
«È colpa nostra...» piagnucolò Nicholas.
La signora Mills si girò verso la bambina, senza comprendere dove volessero arrivare. Fu solo quando quella ricambiò lo sguardo che capì.

Avvenne un paio di giorni dopo. Nessuno si ricordava più di quel vecchio pozzo asciutto. Era così malandato e coperto dall’erba e dalle sterpaglie che spariva alla vista, e, siccome nessuno lo usava, era stato dimenticato. 
Perfino l’agente immobiliare che aveva curato la vendita della casa se n’era scordato. Interpellato dai signori Davies, disperati, aveva pensato giorno e notte in quali parti della casa e del parco annesso avrebbe potuto andarsi a cacciare la piccola Coleen.
La bambina era uscita di casa la mattina di quel 28 settembre, e da allora era scomparsa. E, tenendo conto che nessuno aveva aperto il cancello della tenuta, non poteva essersene andata. Doveva essere ancora lì.
Avevano cercato dappertutto, avevano guardato in ogni angolo, ma non avevano trovato nessuna traccia di lei. 
Poi, d’improvviso, si era ricordato del pozzo. 
Qualche ora dopo, il corpicino di Coleen era stato recuperato e riportato alla luce.
Povera bambina. Una morte orribile. 
La signora Davies si era sentita male più volte, quel giorno e i giorni successivi. Non era riuscita a reagire alla disgrazia. Nei mesi seguenti aveva avuto varie crisi che l’avevano costretta a sottoporsi a terapie psichiatriche. La gente la considerava pazza, e – questo, almeno, credeva l’agente immobiliare – non aveva nemmeno tutti i torti.
La signora aveva evidentemente perso il senno. La sofferenza le aveva tolto la lucidità. 
Lui aveva sentito quello che diceva e che aveva continuato a ripetere in giro fino a che il marito non le aveva impedito di farlo, chiudendola prima in casa e poi – su consiglio del medico – in una clinica.
Lui l’aveva sentita, e – maledizione! – l’avevano sentita anche molti altri. Il risultato era che riuscire a vendere di nuovo quella casa sarebbe stata una vera e propria impresa. Già prima circolava voce che l’ex proprietà degli Stewart fosse infestata dai fantasmi... ora, dopo la morte della piccola Coleen e i deliri di sua madre, quale potenziale acquirente non l’avrebbe trovata decisamente troppo macabra per i suoi gusti?
Era questo che stava pensando mentre metteva per l’ennesima volta il lucchetto al grande cancello della casa, quando si accorse di non essere solo.
«Chiedo scusa...» lo chiamò una voce profonda alle sue spalle.
L’ometto girò sui tacchi, leggermente impaurito visti i pensieri in cui si era perso, e si ritrovò davanti ad un uomo baffuto e impettito, scortato da una donna vestita in modo piuttosto stravagante e vistoso.
«Sì?» fece.
«Questa è la casa dei signori Davies?» domandò ancora l’uomo.
Lui sospirò: «Lo era. Ma ora non lo è più.» 
Inspiegabilmente i due reagirono alla notizia con un sorriso: «Sì, sì, avevamo seguito la faccenda.» 
L’agente immobiliare corrugò la fronte, stupito e un po’ indispettito per quei sorrisi quantomeno fuori luogo. La donna se ne accorse e si affrettò a precisare: «Oh, non pensi male di noi, signore. Siamo rimasti molto toccati dalla disgrazia. Anzi, a dire il vero è proprio per questo che siamo qui.» 
«Davvero?» domandò lui, continuando a sentirsi perplesso.
«James e Victoria Edwards» si presentò l’uomo, porgendogli la mano che l’altro strinse con scarsa convinzione. «Spiritisti.» 
«Spiritisti...?» balbettò lui, corrugando la fronte ancora di più.
«Studiosi del paranormale, diciamo» precisò la donna.
«Sapevamo quel che si diceva di questa casa e, dopo le rivelazioni della signora Davies, non abbiamo resistito a venire qui per saperne di più» aggiunse quel James, decidendosi solo in quel momento a liberare la mano dell’ometto dalla sua poderosa stretta.
L’agente immobiliare non poté che trovare quantomeno sciocco definire come “rivelazioni” i folli deliri della signora Davies, ma l’istinto gli disse che era meglio tacere e aspettare di vedere come si sarebbero messe le cose.
«Beh, sì...» concesse. «Stando a quello che quella povera donna ha detto, sembra che la bambina, prima di scomparire, fosse molto spaventata da alcune apparizioni.» 
«Di che tipo?» incalzò Victoria, aggiungendo subito dopo, come per giustificarsi. «Perdoni la curiosità, ma è un caso che ci interessa molto.» 
Il verbo ‘interessare’ era di buon auspicio, pensò l’ometto, quindi proseguì con più buona volontà: «Si parlava di bambini. Due fratelli, a quanto pare. Un maschio e una femmina. Apparivano solo a Coleen, e la terrorizzavano. Più volte i signori Davies l’avevano trovata mentre si nascondeva nei posti più disparati per sfuggire loro.» 
«Un maschio e una femmina? Come Nicholas e Anne Stewart?» fece James Edwards, anche se, nonostante il tono interrogativo, la sua si poneva come un’esclamazione vera e propria.
«Sì, come loro» annuì l’altro. «Comunque è molto probabile che sia stato proprio per colpa di queste apparizioni se Coleen ha pensato di nascondersi nel pozzo. Probabilmente non aveva immaginato che fosse tanto profondo, e credeva che sarebbe riuscita ad uscirne. Invece...» 
«Terribile, ma affascinante» commentò rapita la donna.
«Già» concordò l’agente, per nulla d’accordo in realtà, ma felice di aver trovato due tizi abbastanza strambi da trovare interessante quella casa.
«Correggetemi se sbaglio, amico mio, ma da quanto mi risulta Coleen non è stata l’unica persona ad assistere a delle apparizioni là dentro...» fece l’uomo, accarezzandosi i baffoni con sguardo concentrato.
Lui si schiarì la gola: «Ah, no, anche la signora Davies sostiene di aver visto qualcosa.» 
Il brillio negli occhi dei due pazzoidi gli scaldò letteralmente il cuore, convincendolo a continuare: «Poco dopo aver trovato il corpicino della bambina, la signora si è sentita male, com’è comprensibile. È stata subito portata in camera e distesa sul letto. Riavutasi, la signora dice di aver aperto gli occhi e di aver visto una donna apparire sulla soglia, assieme a tre bambini. Una di quelli era la sua Coleen.» 
«Com’era la donna?» lo incalzò Victoria.
«Oh, sembra che fosse piuttosto giovane, con la pelle e i capelli chiari.» 
I due spiritisti si lanciarono un’occhiata d’intesa, e all’ometto parve di sentir James mormorare qualcosa come “Grace Stewart”, ma subito la sua compagna gli pose una nuova domanda: «E che cosa è successo, a quel punto?» 
L’agente sospirò: «Niente. La signora Davies dice che si sono limitati a guardarla. Poi la donna ha accarezzato la testa di Coleen, le ha preso la mano e l’ha portata via con sé, seguita dagli altri due bambini.» 
Il silenzio che seguì le sue parole non fu interrotto, se non dal sibilo di un soffio di vento attraverso i rami ancora carichi di foglie secche, pronte a staccarsi, del parco racchiuso dal cancello.
L’ometto si schiarì nuovamente la gola: quando mai gli sarebbe capitata un’occasione altrettanto ghiotta per sbolognare a qualcuno quella casa? Prese il coraggio a due mani e decise di provarci.
«Sapete, io lavoro per l’agenzia immobiliare che si occupa di questa tenuta...» cominciò mellifluo ed insinuante. «Vi potrebbe interessare?»