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Autore: Lan Awn Shee
Categoria: Anime & Manga
Fandom: Gankutsuou
Personaggi: Tutti
Avvertimenti: nessuno

Le masque

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Le risposte di Lan Awn Shee

Montecristo: Le masque

Queste trenta storie sono il risultato di un contest che prevedeva la possibilità di scegliere soluzioni compositive diverse. Per questo motivo nella raccolta saranno presenti sia one-shot, sia drabble o flash-fic, sia poesie in una varietà slegata da ogni possibile schema. Se dunque l'ordine dei temi - e di conseguenza dei capitoli - è stato progettato in modo che segua la linea temporale degli eventi, la forma e il genere dei capitoli stessi potranno cambiare in modo anche molto notevole.


«Qual è il nome del prigioniero?»
«L’uomo con la maschera...»

Gankutsuou, episodio 13


Prima la speranza. Poi ben più forte si era fatta la sofferenza. In seguito aveva bruciato di desiderio, e – nel dover ammettere l’impossibilità di realizzarlo – a questo si era sostituita una soffocante rassegnazione. Poi la rabbia l’aveva infuocato, la paura raggelato, la disperazione annientato. E infine, di nuovo. Inaspettata. La speranza.

* * * 

I satelliti di Goa orbitavano attorno al pianeta seguendo ognuno il proprio ritmo più o meno rapido, mentre il vecchio, imperscrutabile, lo fissava senza dire nulla.
«Allora?» ripeté incalzandolo l’uomo, infervorato dall’eccitazione.
Gli occhi dell’altro, carboni completamente neri su quella pelle così chiara da sembrare carta, lo bruciarono col loro silenzio. 
Faria sospirò, sopportando male tutta quella reticenza. Sapeva bene che quanto aveva mostrato avrebbe potuto suscitare tutto tranne che indifferenza. A quel punto, il venerabile sacerdote avrebbe potuto finalmente accoglierlo tra i saggi, oppure cacciarlo definitivamente per aver trovato ciò che nessuno avrebbe voluto lasciargli trovare. In entrambi i casi, il suo successo sarebbe stato confermato. Ma quella stasi continuava a tenerlo in bilico tra il mondo nel quale aspirava ad entrare e quello a cui gli abitanti di Goa lo collegavano. Un mondo estraneo, straniero, lontano dal loro e dunque non autorizzato a sapere.
Aveva vissuto su quel pianeta praticamente da sempre. Gli era molto più familiare la sua luce accecante piuttosto che quella pur calda di Lisbona, e perfino le bizzarre fisionomie degli alieni che lo abitavano – affascinanti, sotto a un certo punto di vista, con quei segni armonici che, come tatuaggi sapientemente disegnati, contornavano i loro occhi e abbellivano le loro fronti e i loro visi – gli risultavano ormai assolutamente normali, quotidiane, consuete. Quelle poche volte che era tornato a "casa" – se così si poteva chiamare il pianeta da cui proveniva, ma che di fatto gli era quasi totalmente estraneo – aveva avuto le sue difficoltà ad abituarsi ai volti chiari e sobri che passeggiavano per le vie della capitale, lungo il Tago, ed era stato a quel punto che aveva capito dove voleva davvero affondare le proprie radici.
Stava per rinunciare all’idea di poter conoscere l’opinione del grande maestro quando Brahmana aprì la bocca. Esitò un paio di volte – cosa strana per un sacerdote saggio come lui, sempre così deciso quando riteneva che era giunto il momento di parlare – e poi, con voce quasi amareggiata, pronunciò un’unica parola: «Vasanas
Dando vita ad un effetto quasi coreografico, i satelliti Vishnu e Shiva incrociarono la loro orbita sopra le loro teste, generando una delle consuete eclissi giornaliere proprio in quel momento. La luce non mancava mai su Goa, nemmeno durante quella che era chiamata notte, ma proprio per questo qualsiasi diminuzione di luminosità – anche la più lieve – era avvertibile sensibilmente da chiunque. E, in quella circostanza, aveva assunto un certo spiacevole retrogusto angoscioso.
«Cosa...?» balbettò Faria, con un sorrisetto inquieto sulle labbra.
«Non conosci questa parola?» gli domandò di rimando Brahmana, stavolta senza tentennare. Lui deglutì, ma non gli disse la verità. 
Il vecchio non gli levò di dosso il pesante sguardo oscuro dal quale non l’aveva mai liberato per tutto quel tempo. Socchiuse gli occhi solo quando il ritorno della luce generò un luccichio sulla croce dorata che Faria portava al collo, accecandolo per un istante.
«Ebbene...» continuò Brahmana gravemente, «Se le cose stanno così, quello che devi assolutamente fare è dimenticare tutto ciò che hai imparato.» 
L’uomo fissò l’anziano alieno sentendo il respiro farglisi affannoso per l’angoscia. O forse era eccitazione? Perché nemmeno il bramino avrebbe potuto indovinare tutto quello che l’aveva portato lì, quel giorno...
«Come potrei dimenticare cose simili? Questi risultati sono il frutto di una vita intera di studio!» 
Avrebbe proseguito sicuramente oltre se i segni sulla fronte del vecchio non si fossero illuminati di quella luce magenta che più volte aveva osservato con curiosità, e che quella volta gli fece morire le parole in bocca. Ora quattro paia di occhi lo stavano scrutando severi. Il sacerdote stava evocando il Potere, e Faria cominciava a intuire per quale scopo.
«Per cosa useresti quello che sai?» fece Brahmana, inquietante con il suo duplice sguardo.
L’uomo non si arrese: «Per liberare la mente dal suo carcere, per aprire quelle porte che nessuno, di norma, può aprire, e per restituirla alla luce. Tutti potrebbero godere di infiniti benefici, se ciò fosse possibile. Cosa c’è di così maligno in questo?» 
Il volto del vecchio si rabbuiò, al punto che ormai solo quei segni spaventosi illuminati da chissà quale forza propria degli abitanti di Goa riuscivano ancora ad essere distinti dall’abate, che si tenne pronto.
«La mente è un groviglio di Vasanas. Un groviglio di desideri astuti e profondi. La prigionia è causata da questo. Per essere liberi, dunque, occorre distruggere Vasanas. Occorre distruggere la mente» continuò Brahmana, e altri due nuovi occhi comparvero minacciosamente sul suo viso.

* * * 

Ipnosi, ossia l’affascinante via che, se percorsa, consente all’uomo di influire sulle proprie condizioni, sia fisiche, sia psichiche, sia comportamentali. Il sonno dello spirito cosciente che risveglia quello subcosciente. Quello davvero potente. 
Goa, posto com’era all’estremità orientale della Galassia, non veniva quasi calcolato dalle élite culturali dell’Occidente, troppo impegnate a ripiegarsi su se stesse per accorgersi dei tesori di sapere che ad Est aspettavano solo di essere scoperti da chi si fosse degnato di alzare lo sguardo. E lui l’aveva fatto. Non si era mai accontentato dell’educazione da perfetto lisboneta che gli aveva garantito l’interessamento paterno, e per questo aveva finito per lasciarsi sedurre da quelle strane conoscenze autoctone che ad occhi inesperti apparivano come magie, ma che dovevano essere qualcosa di ben più profondo. Nessuno, però, aveva voluto insegnargliele apertamente, essendo esse legate ai misteriosi culti di cui gli alieni di Goa erano intransigenti e gelosi custodi. Quando lo aveva incontrato la prima volta, pregandolo di metterlo al corrente almeno delle nozioni basilari delle loro conoscenze, Brahmana, il più venerabile tra i sacerdoti, gli aveva detto solamente che nessuno gli avrebbe impedito di capire, qualora fosse giunto alla soluzione da solo. Faria ghignò amaramente: semplicemente un modo più cortese per ribadire che non avrebbero permesso mai e poi mai a uno straniero di sapere come fare per controllare la mente, propria e degli altri. Quella era un’arte di cui loro solamente volevano essere maestri. 
La foga della giovinezza lo aveva convinto a non arrendersi, in un primo momento. Si era detto: "Se ce l’hanno fatta i bramini, perché non dovrei farcela anch’io? Perché non potrei trovare a mia volta la soluzione, autonomamente?", e per anni ci aveva creduto. Ma più materiale accumulava, più libri si accatastavano sui suoi scaffali, più la sua mente si riempiva di nozioni, e più gli appariva sciaguratamente chiaro che il segreto del controllo non poteva che essere compreso tramite rivelazione. I custodi della sapienza esoterica di Goa avevano accuratamente fatto in modo di cancellare ogni traccia che potesse essere scovata da occhi indiscreti. Penetrare quel mistero, dunque, era impossibile per lui. Ma come spesso accade, le cose più incredibili non possono essere previste, e così era stato anche nel suo caso. Né da lui né tantomeno da Brahmana. 
Un giorno, semplicemente, era successo. L’aveva incontrato, per fatalità. Non sapeva neanche il suo nome. Pareva davvero un alieno come tutti gli altri che abitavano il pianeta, con quei segni sul viso inquietanti e affascinanti. All’inizio non gli aveva neanche creduto: le sue vesti sgargianti non sembravano confermare la versione che gli aveva raccontato. Gli aveva detto di essere un bramino, ma i servitori degli dèi su Goa portavano abiti immacolati. La giustificazione dell’altro per cui, essendo stato cacciato dal Tempio, non aveva più diritto a vestirsi in quel modo non lo aveva convinto più di tanto. Pensando di essere incappato in un fanfarone imbroglione, aveva cercato di allontanarlo, ma non ci era riuscito e così aveva finito per ascoltarlo. Prima sperando così di soddisfarlo e di poter poi finalmente levarselo dai piedi. Poi con attenzione sempre maggiore. E alla fine di quel discorso così maledettamente convincente, Faria e il misterioso goano avevano stretto un patto. 
La nave spaziale cominciò ad oscillare, e l’abate venne bruscamente strappato ai suoi pensieri dalla violenza delle scosse. Si aggrappò più saldamente alle maniglie di sicurezza poste sul suo sedile. I guanti che gli ricoprivano le mani non gli consentivano una presa granché salda, ma – dopo le trasformazioni subite dal suo corpo – si erano resi ormai necessari.
Ci volle poco tempo perché si ripristinasse la calma, e Faria comprese di aver finalmente oltrepassato l’atmosfera del pianeta. Di lì a poco qualcuno tra i marinai – probabilmente il più coraggioso o il più bistrattato, uniche categorie sufficientemente folli o sfortunate per trattare con un essere inquietante come lui – gli avrebbe comunicato che erano quasi giunti a destinazione, e di tenersi pronto. Erano così tanti anni che non vedeva Lisbona...
Come previsto, la porta automatica si aprì lentamente con un ronzio e un ragazzino dai capelli scompigliati lo avvisò di prepararsi per lo sbarco. Faria notò divertito che il giovane non aveva osato fissare la maschera con cui celava gli occhi e la fronte, ma che aveva indugiato a sufficienza sul crocifisso dorato che portava al collo. Per quanto i mattoni della loro capitale fossero fatti d’oro e d’argento, pareva proprio che i lisboneti di preziosi non ne avessero mai abbastanza.
Slacciò pigramente le cinghie di sicurezza. Ormai il loro dovere l’avevano fatto, e voleva sentirsi un po’ più comodo. Si sollevò, cercando di risistemare la veste talare che, durante il viaggio, si era leggermente sciupata. Aveva un appuntamento importante, e voleva presentarsi al meglio.

Sua Eccellenza il Cardinale di Luna gli aveva concesso il privilegio di parlare alla sua corte, e – il Suo Amico non si era ingannato – in breve richieste analoghe erano fioccate un po’ da parte di tutti gli altri sovrani del Sistema. E così aveva iniziato a peregrinare per lo spazio, a fare un baraccone delle sue scoperte in cambio di denaro e altri vantaggi di varia natura. L’Occidente era sempre stato affamato di magie e fenomeni inspiegabili, dopotutto, e lui si limitava a darglieli in pasto. Non interessava capire perché succedessero le cose, quanto vederle succedere. E lui, a dispetto delle buone intenzioni che inizialmente aveva nutrito, aveva scoperto che in fondo tanto gli bastava. Che il prestigio dell’insegnante era ben poca cosa rispetto a quello goduto dal venerabile mago. 
Se quel giorno non avesse incontrato quel goano ancora senza nome, il Seu Amigo, la sua vita probabilmente sarebbe stata infinitamente diversa. Non avrebbe mai avuto la possibilità di visitare tra tanti onori le più importanti corti del tempo, per il semplice motivo che non avrebbe avuto nulla da raccontare, nulla con cui esibirsi. Faria, l’abate ipnotista, sarebbe rimasto Faria, l’abate straniero di Goa. E se anche avesse potuto compiere l’impossibile, indovinando senza aiuti esterni il segreto del controllo della mente, Brahmana gliel’avrebbe cancellato dalla sua memoria e sarebbe stato tutto vano. Quella volta, quando gli aveva mostrato di essere in grado di esercitare l’ipnosi, il bramino aveva tentato di farlo, di strappargli la sapienza acquisita. Ma il patto era chiaro, e il Suo Amico l’aveva rispettato a dovere, intervenendo in maniera più che efficace. L’unica controindicazione di quella reazione era stata la necessità di una fuga immediata da Goa, prima che l’assassinio del più venerabile tra i bramini fosse scoperto. Poco male, comunque. Il lusso delle corti del Sistema non era nemmeno paragonabile alla miseria di quel pianeta lontano da tutto.
Il brillio di Lisbona lo costrinse a proteggersi gli occhi: il metallo prezioso con cui era praticamente rivestita era uno spettacolo che ogni volta gli toglieva il fiato. La quantità d’oro e l’argento che ci si era riusciti a procurare sfruttando le colonie nel remoto Settore Occidentale era stata tale che, non sapendo che farne di tutta quella ricchezza, si era scelto di sperperarla in quel modo. Nessun biglietto da visita migliore di quella opulenza, per i superbi sovrani che si erano susseguiti nel tempo sul trono del pianeta. E ora l’altezzosa regina che dominava su quella città preziosa smaniava per ascoltare proprio lui. Che cosa avrebbe potuto desiderare di più?
Il suo ingresso nella lussuosa stanza che avrebbe accolto la sua esibizione suscitò il solito mormorio a cui era abituato. Sapeva bene che il suo aspetto incuteva un certo timore reverenziale: di lui, alla fin fine, si poteva vedere solo quella misera porzione di corpo che andava dal naso al collo. La lunga veste talare nera copriva completamente le sue membra, e il resto del suo viso era celato da una maschera inquietante, decorata secondo il gusto goano con intagli che seguivano un disegno quasi tribale. Occhi finti che nascondevano occhi veri, quelli nati dal potere che grazie al Suo Amico aveva ottenuto.
Si diresse con passo misurato al pulpito sul quale si sarebbe esibito, calcolando alla perfezione i tempi necessari a creare eccitazione nell’uditorio. Sapeva bene che la sua figura aveva assunto una sorta di aurea quasi mistica, e tutto questo non faceva che facilitare il suo compito. Ogni esibizione si svolgeva identica all’altra, ma il pubblico non si stancava mai: si beveva avidamente ogni sua parola introduttiva, e poi scalpitava quando lui, con un sorrisetto, pronunciava le parole fatidiche: «C’è qualche volontario?». A quel punto era facile: il suo Potere gli permetteva di incantare chiunque. Poteva far credere ad ogni uomo qualunque cosa. L’arcano segreto che i bramini volevano celare era che la mente aveva la Forza di creare e distruggere l’intero universo in un battito di ciglia. Era più potente di tutte le armi conosciute messe insieme, perché coincideva con la Consapevolezza nella sua Essenza. 
Pronto a conquistare i suoi connazionali, Faria diede il via alle danze. Ma il suo ballo si interruppe inaspettatamente nel suo momento di gloria. Aveva fatto salire un giovanotto dall’abito che risaltava nel suo essere sostanzialmente sobrio rispetto al resto dei presenti. L’aveva fissato intensamente come faceva sempre e aveva deciso che, quel giorno, il pubblico avrebbe goduto nell’assistere a una levitazione. Ma nello stupore generale, davanti agli occhi della Regina e della sua intera corte, l’esperimento di ipnosi non riuscì. L’uomo che si era offerto come cavia era rimasto imperturbabile a fissarlo, senza sollevarsi di un centimetro nonostante i suoi reiterati sforzi mentali. 
"Maledizione... che succede?!" pensò Faria, cominciando a sudare per l’agitazione. Come se gli avesse letto nella mente, l’altro sorrise quasi maligno. Poi si voltò verso il pubblico e, fatto un rapido ma ossequioso inchino a Sua Maestà la regina, disse: «Il mio nome è Franz Anton Mesmer. Vengo da Vienna, e chiedo scusa a Vostra Altezza se mi sono permesso di sfruttare in modo poco consono questo vostro pomeriggio di divertimento, ma si trattava per me di un’occasione veramente imperdibile.» 
Faria non capiva, ma – nonostante la preoccupazione – non riuscì a intromettersi nel vivace dialogo che, in quel momento, lo sconosciuto viennese scambiò con la regina.
«Un viennese...» fece lei. «E di quale occasione imperdibile state parlando?» 
Mesmer accennò con la testa all’abate, ancora in piedi accanto a lui: «Ma naturalmente, la presenza qui del grande ipnotista, l’Uomo Con La Maschera. La sua fama, ormai, travalica i confini del Sistema, e non c’è sovrano che non si vanti di averlo ospitato. E a buona ragione, dico io.» 
La regina fece una smorfia ironica che infiammò Faria di rabbia: «Mh...» brontolò. «A buona ragione, dite? Forse per gli altri sovrani sarà stato così. Ma voi, signore, proprio voi parlate in questo modo, voi che siete la prova del fatto che a quanto pare nessuno è davvero infallibile né degno di tanta venerazione?» 
Mesmer sorrise leggermente: «Il fatto è, Vostra Altezza, che anch’io sono un ipnotista.» 
Un mormorio d’eccitazione serpeggiò per la sala, mentre Faria, ammutolito, fissava da sotto la maschera quell’uomo che pareva essere comparso solo per rovinarlo. Come poteva qualcun altro lì in Occidente conoscere davvero l’ipnosi? Come era possibile che un altro avesse potuto raggiungere lo stesso suo grado di consapevolezza del segreto? Gli parve di sentire che il Suo Amico gli stesse suggerendo qualcosa, ma era troppo sconvolto per dargli retta quella volta. E quando il viennese riprese a parlare, non ebbe orecchie che per lui.
«Ma devo fare una precisazione, Maestà. Io sono uno scienziato, non un mago. Per questo oggi sono venuto qui, e ho insistito tanto per poter partecipare direttamente alla prova. Sono mesi, anni che attendo di potermi confrontare con l’Abate Ipnotista.» continuò quello, decidendosi finalmente a guardarlo in faccia. Era la prima volta che incontrava un uomo capace di fissare così a lungo la sua maschera senza tremare.
«Se siete uno scienziato» riprese la regina, divertita dal fuoriprogramma, «Avrete delle risposte da darci. Per cui, avanti, spiegateci un po’: come mai questa volta l’esperimento non ha funzionato?» 
Già, perché? Era quello che anche Faria avrebbe voluto sapere. E Mesmer non tardò a soddisfare la curiosità di entrambi.
Compiaciuto dell’attenzione ritagliatasi, il viennese gonfiò il petto con boria e, malcelando l’orgoglio straripante dai suoi occhi, si esibì nel suo monologo: «La natura ci stupisce ogni giorno con le sue meraviglie. Duemila anni fa i nostri antenati sbigottivano davanti a congegni poco meno che primitivi per un semplice passo compiuto da un essere umano su Luna. Oggi non esiste distanza che le nostre navi non siano in grado di coprire, non esiste immagine che non possa essere trasmessa nel minor tempo possibile. Le nostre conoscenze in continua evoluzione ci permettono di concludere la storia di ogni nuovo progresso con un punto e a capo, perché dietro l’angolo ci sono già le premesse per qualcosa di nuovo da svelare.» Con la stessa abilità di un attore consumato, fece una pausa: «Avete mai sentito parlare del magnetismo animale?» 
"Ovviamente no" pensò Faria, "Dal momento che si tratta di una sciocchezza che hai inventato tu." 
«Ebbene» continuò quello, senza preoccuparsi di attendere una risposta ovvia. «Le mie ricerche hanno svelato l’esistenza di una sorta di fluido fisico che è in grado di sprigionarsi dal corpo di ogni forma di vita dotata di anima e che ha il potere di creare una connessione tra l’uomo, gli altri esseri e l’universo intero.» 
Un nuovo mormorio, stavolta di interesse, risuonò all’interno della sala.
«Connessioni di chi genere?» domandò la regina, con guardo attento.
«Di ogni genere. Imparando a controllarlo, ogni persona può incanalarlo e convogliarlo verso altre persone. E i risultati sono spettacolari quanto inimmaginabili: è perfino possibile guarire dalle malattie, volendo. Tutto sta nel riconoscere questo fluido e imparare ad usarlo nel modo migliore.» 
«Ma questo non spiega come mai siate riuscito a resistere all’ipnosi dell’abate...» protestò la sovrana.
«Vi sbagliate, Altezza» la corresse Mesmer. «Anzi, è proprio per dimostrare alla corte la validità di questa mia teoria che mi sono presentato qui in questa occasione. Il potere dell’abate che altro credete che sia se non, appunto, la capacità di comandare questo magnetismo animale? Contrariamente alla gran parte di noi, costui sa padroneggiarlo alla perfezione. Le sue esibizioni sono una continua dimostrazione delle potenzialità di questa sostanza. Ma il fatto che io, oggi, dopo i miei studi sia riuscito a resistergli significa una cosa sola: che la mia capacità di gestire il fluido è semplicemente pari alla sua. Se così non fosse, se questa mia teoria fosse un mucchio di scempiaggini campate in aria, a quest’ora io mi sarei già da tempo piegato agli ordini dell’abate, e avrei allietato il vostro pomeriggio con un divertente spettacolo. Invece le cose sono andate diversamente...» 
Faria ghignò. Per un attimo, aveva avuto davvero paura. Paura che qualcun altro più bravo di lui avesse carpito il segreto. Invece non era così: nonostante quell’aria da borioso saccente, quel viennese non aveva capito un bel niente. Era stato solo dannatamente fortunato. Come dicevano le Scritture, la fede lo aveva salvato. La fede nella validità delle sue follie. Inconsapevolmente, aveva attivato quella forza inconscia che di solito era lui a risvegliare negli altri: si era suggestionato con le sue stesse parole. Perché era quello il punto: la mente può tutto. Può qualunque cosa. Non c’era nessun fluido, animale o minerale o vegetale. Solo la Mente.
Si rese conto solo dopo un po’ che il pubblico stava applaudendo, mentre Mesmer, con malcelata falsa modestia, si inchinava, pregustando già le ricche conseguenze che la sua improvvisata gli avrebbe garantito. L’illustre mago era stato sconfitto dall’acuto scienziato: era una soluzione che piaceva molto all’Occidente pigro. La magia era un piatto di cui si serviva volentieri, ma amava ancora di più cibarsi di chi presentasse la soluzione razionale del prodigio, risparmiandogli lo sforzo di trovarla da solo. Peccato che, in quel caso, non ci fosse nessuna soluzione razionale che tenesse.
«Abate Faria, allora...» lo chiamò la regina, sarcastica. «Che cosa rispondete a questo giovane scienziato? Per la vostra reputazione, non vorrete concludere la vostra esibizione in questo modo ingrato, vero?» 
L’Uomo Con La Maschera si voltò verso di lei, e il sorrisetto irritante scomparve dal volto grassoccio della donna. 
Il Suo Amico continuava a ripetergli la stessa cosa da tempo, e stavolta lo ascoltò.
«Hi sogli baji. Cator re baji» rispose Faria, replicando quanto l’altro gli ripeteva insistentemente nella testa.
«Cosa?» balbettò la sovrana inquieta, alzandosi dal trono con un tremito. Ma fu l’ultima cosa che riuscì a dire.

La tecnologia dei videolettori non era ancora sufficientemente sviluppata da permettere la visione dei colori, e questa mancanza evitò al pubblico di tutto il Sistema di assistere allo spettacolo dell’oro di Lisbona soffocato dal rosso del sangue. Abbandonato sul trono di colei che, fino a poche ore prima, era stata sovrana assoluta di quella che era anche la sua terra, si lasciò andare ad una risata soddisfatta. I suoi nuovi servitori rabbrividirono e tentarono di nascondersi nell’ombra, ma non se ne curò: non c’è miglior garante per la fedeltà che la paura. E dopo quanto aveva fatto in così poco tempo, nessuno lì dentro avrebbe anche solo osato muovere un dito contro di lui. Neanche la polizia, che del resto era già stata ampiamente decimata. E gli era bastato un solo battito di ciglia per controllarli. Per distruggerli tutti.
Oh certo, come c’era da aspettarsi gli altri pianeti non avevano perso tempo e avevano immediatamente organizzato un esercito "controrivoluzionario", come lo chiamavano loro. Faria era divertito: le conseguenze del suo gesto lo stavano portando ad un inaspettato sviluppo. Quando aveva abbandonato Goa, non aveva considerato quanto il suo Potere avrebbe potuto portarlo lontano. Non aveva pensato che, anziché ricevere le briciole come ricompensa per i suoi baracconi, avrebbe potuto prendersi tutto. Lo spessore dei suoi desideri si faceva sempre più grande. Le possibilità di realizzarli erano per lui praticamente infinite.
Perché limitarsi a Lisbona? Perché non prendersi di più? Il Sistema, il Quadrante Occidentale e poi oltre, quello Settentrionale, quello Meridionale, quello Orientale, quello Centrale. Tutto. Tutto nelle sue mani.
Una voce nella sua testa lo costrinse a correggersi. «Giusto» ammise. «Nelle nostre mani. Perché io sono con te, e tu sei con me. Tu mi hai dato la tua saggezza e il tuo potere, e io ti ho dato la mia anima e il mio corpo. E ora non ci resta che goderci tutto questo. Insieme. Fino a che non sarà rimasto nient’altro da prendere.» 
La voce agitata della giornalista che conduceva l’edizione straordinaria di quel telegiornale straniero sbraitò con malagrazia l’ennesima notizia.

«L’esercito controrivoluzionario di Difesa partirà nel giro di poche ore da Marsiglia.» 

Marsiglia. Bene. Avrebbe fatto in modo di risparmiare a quei bravi soldati quel lungo viaggio. Marsiglia, la prossima tappa. E poi Parigi. E poi il resto.
Hi sogli baji. Cator re baji. Loro sono tutti piante. Distruggi tutte le piante.
Un lampo magenta gli illuminò la fronte, per una volta libera dalla solita maschera.

Meu amigo... 
Meu amigo... 
Meu amigo!





Note:
José Custódio de Faria fu un monaco indo-portoghese e uno dei pionieri occidentali dell’ipnosi. Fu lui che ispirò a Dumas la figura dell’abate Faria imprigionato ad If per il Conte di Montecristo (e del resto, anche il vero Faria finì imprigionato in quel castello, per motivi non meglio precisati). Dal momento che il prigioniero nel quale vive Gankutsuou quando si incontra con Edmond non è stato minimamente caratterizzato, mi sono sentita libera di scegliere la strada che preferivo, basandomi solo sulle (poche) informazioni che su Gankutsuou vengono date negli episodi che lo riguardano. 
Sia di Faria sia di Mesmer (a sua volta realmente esistito) ho interpretato molto liberamente le teorie a proposito dell’ipnosi, seguendo le esigenze di trama. Idem dicasi per alcune frasi tratte da questo sito: http://www.swami-krishnananda.org/moksh/moksh_06.html , che - estrapolate dal contesto per ovvia necessità – hanno assunto un significato diverso da quello di partenza.