Autore: crimsontriforce
Categoria: Anime e Manga
Fandom: Death Note
Personaggi: L, Light, Misa
Avvertimenti: nessuno
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Le risposte di crimsontriforce |
Injustice
L, nei suoi sogni, vede
Light e Misa.
Meglio: L non sogna. Anzi,
difficilmente dorme, dall’inizio del caso Kira, e quando lo
fa è di un sonno secco e profondo. Ma ci sono dei pensieri – delle
catene di immagini, delle sensazioni – anche al di fuori del
sonno,
e del tutto estranei alle sue linee di ragionamento, che non saprebbe
come altro definire. “Sogni”, quindi, è
una discreta
approssimazione, la migliore che ha trovato. Al 76,4%.
Dapprima era Yagami Light.
Ossessivamente Yagami Light. Gli si era mostrato per il bene delle
indagini, una scelta a lungo calcolata, come tutte quelle della sua
lunga carriera, ma a tratti temeva di averne ottenuto più
danni che benefici. Avrebbe avuto altre scelte? Probabilmente no,
ogni possibile scenario che esaminasse e che escludesse
l’eventualità
del loro incontro non portava a nulla. Tutti gli altri portavano alla
partita.
La partita aveva un
significato.
L’inizio era
nella partita.
Piuttosto, la
possibilità che
esista un secondo Kira… 30-15, 40-15, game
la possibilità
che sia l’opera di due persone che collaborano…
esiste, ma è improbabile… 15-0 specialmente dopo
l’ultimo nastro… seconda battuta.
I ricordi correvano
così,
paralleli, indipendentemente dai suoi pensieri. L non era
assolutamente certo del loro significato, solo della sua incertezza,
e della certezza che la sua incertezza lo infastidisse. Come sempre.
Così si convinse di stare rianalizzando le azioni di Light
durante il gioco, per cogliere indizi utili all’indagine. Era
riuscito a mentirsi per un buon 68%, ma la percentuale calò
drasticamente quando Non possiamo ancora dire che abbiano
unito le
loro forze… tie break, pausa, la pallina ruvida
nella mano
sinistra, vantaggio Può aver scoperto chi è Kira, ma
non averlo ancora contattato… set, si
scoprì ad
analizzare altre partite. Inventate. In cui non sempre vinceva. Era
un punto di non ritorno.
Alla fine di una giornata
frustrante,
troppi morti e nessun progresso, L pose una sfida a se stesso: farla
finita con quei pensieri. Avrebbe preferito venirne a capo, scoprirne
cause, effetti e soluzione, ma c’era una
possibilità,
neanche troppo infinitesimale, di stare collezionando buchi
nell’acqua anche per colpa di quella distrazione - rifletteva
mesto
mescolando col cucchiaino un caffè lungo denso di zucchero - e
non l’avrebbe sopportato. A solenne garanzia di
serietà
nello svolgimento della sfida si scelse anche un premio: un
bignè
alla crema e parlarne con Light stesso quando il caso fosse stato
chiuso – se il caso fosse stato chiuso
– se Light
non fosse stato chiuso assieme al caso. 10%.
Ancora sogni, ancora
fastidiosa
incertezza e una sfida persa.
Un singolo bignè
era ben poca
cosa al confronto di un vassoio maxi di paste alla frutta, e come
premio di consolazione si era concesso di proporre la rivincita a
Light. Quando il caso fosse stato chiuso. Se il
caso fosse
stato chiuso. Eccetera.
Fu all’incirca
quello il periodo in
cui iniziò a chiamarlo “amico”. La qual
cosa lo
spaventava, molto. Se la spiegò così: Amico.
Amico è chi capisce. Light mi capisce – troppo. E se Light è Kira
(62 ± 1,5% allo stato attuale delle cose), Kira mi capisce
fin
troppo, e io capisco lui al 62 ± 1,5%. Eppure.
L lanciò in aria
una rotella di
liquirizia con l'espressione più pensierosa collegabile
al lanciare
in aria una rotella di liquirizia, la acchiappò e
iniziò
a mordicchiarla.
Eppure due persone mi
capivano, o volevano
capirmi. Provavano a capirmi, sì, era così. Ma
provavano soltanto, e ora sono lontane. Rimane soltanto Light da
chiamare “amico”.
E, per quanto pericoloso,
così
fece.
Quando Misa
entrò stabilmente
nelle loro vite, anche il quadro dei sogni, di conseguenza, si
allargò.
Dai video
è chiaro che Amane
è collegata a Kira… pomeriggio
assolato, pace,
chiacchiericcio femminile e che ama Light…
pace torta di
mele compagnia semplice pace compagnia compagnia.
L osservava. Osservava
rapito la panna
sciogliersi nella tazza di cioccolata bollente e osservava anche la
vita all’altro lato della catena.
Vide le reazioni
dell’“amore” in
Misa, con onestà guardò dentro di sé e
non le
ritrovò affatto. Neanche in Light, a ben vedere, ma si
sarebbe sorpreso del contrario. Ed era giusto
così.
Aveva conosciuto, da lontano, il funzionamento di “gruppi di
amici”, “fidanzati” e le loro
interazioni. Anche il “diverso”
ne costituiva parte attiva e necessaria, e Misa era il loro giusto
diverso. In tre erano perfetti.
Proprio quelle dinamiche si
trovò
a sperimentare durante un bizzarro e inaspettato appuntamento a tre,
cui si aggiunse la non sgradevole sensazione di essere, per una
volta, osservato e non osservatore.
Proiettò nella
sua mente
un’ipotesi di pomeriggio fra normali amici (secondo
definizione
standard corrente di “normale”, come condivisa dal
68,4% della
popolazione del Giappone), sovrappose l’immagine alla loro e
non vi
trovò sostanziali differenze formali, manette a parte. E,
come
nel modello, poteva sentire a pelle del semplice e onesto calore
umano, quel sentimento che, come tanti altri, sapeva leggere e
predire nel prossimo ma non aveva più provato dagli ultimi
giorni passati all’orfanotrofio. Rimase, come
un’accigliata
lucertola al sole, ad osservare Misa pendere dal braccio di Light,
protestare per la sua fastidiosa presenza, perfino dargli del
pervertito. Non gli importava, finché fosse rimasto
lì
nulla gli sarebbe importato.
Fu allora che, per la prima
volta,
coniò il pensiero della trasferibilità dei poteri
di
Kira. Sì, proprio trasferibilità, il pensiero
più
logico per unire la certezza della colpevolezza di Light alla
certezza della sua successiva onestà, le prove contro Misa
–
talmente ovvie che iniziava a non volerci neppure credere – a
una
farsa troppo complessa per un’idol con tanta bella presenza
quanta
poca esperienza recitativa. Non da ultimo, per unire i pezzi del suo
ego infranto, non sia mai di sottovalutarlo. E proprio quella
trasferibilità dei poteri, collante potente e idea geniale,
aveva una radice ancora più profonda nella sua
volontà
di arrivare alla fine del caso, dell’incubo e trovare quei
due
ragazzi innocenti. Esecutori materiali forse, che col tempo avrebbe
potuto perdonare (quale vincitore non perdona una pedina, poi?), ma
innocenti nell’intimo. Quello era il suo sogno cosciente, che
si
nutriva dei pensieri piccoli e confusi giorno dopo giorno fino alla
fine.
“Penso di essermi
innamorato”,
aveva detto in seguito. Della situazione.
Si era innamorato del
contatto umano,
del litigio stupido quotidiano, del poter parlare ad un suo pari.
Della mano agile che per prima ruba la fragola in cima alla torta
alla panna, di una logica spicciola talmente opposta alla sua da
poter essere a malapena definita tale, o al contrario della battaglia
di intelletti per qualche inezia talmente fine da essere fine a se
stessa.
È stato un colpo
di fulmine fra
lui e il mondo, nato un giorno su un campo da tennis e che si porta
dietro tutt’ora.
L, dunque, nei suoi sogni
vede Light e
Misa, pensieri inconsci e terreni che s’intromettono nelle
sue
analisi a formare un’ipotesi nuova, unica, vitale.
Light, nei suoi sogni,
è Kira.
E Kira ha un solo
desiderio: morte a
ogni oppositore. |