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La Poupée

Autore: Rose
Categoria: Libri
Fandom: Harry Potter
Personaggi: Ginny Weasley, Lord Voldemort
Avvertimenti: erotico, violenza

01. La chiave nell'anima

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Le risposte di Rose

La Poupée: 02. Il Padrone e le Bambole

ATTENZIONE! In questo capitolo sono presenti scene adatte ad un pubblico adulto!

L’aria era sempre pesante nell’atavico palazzo dei Malfoy, come se negli anni -secoli- trascorsi dalla sua costruzione, nessuno si fosse curato di aprire le finestre e lasciare che la brezza spazzasse via dalle enormi stanze l’odore di chiuso misto ad essenze tanto forti da dare il mal di testa. Ritratti d’antiche matrone e crudeli padroni bisbigliavano nelle loro cornici fatte d’astrusi ricci d’oro e d’argento, le cui gemme incastonate mandavano freddi bagliori; arazzi tessuti da mani virginali, in cui il tal antenato mozzava per l’ennesima volta la testa del drago o del Muggle con la verga o la spada. Mobili di legno proveniente dalle foreste d’Africa o dai giardini di un re orientale incrostati d’essenze ancor più rare e di madreperla facevano bella mostra di sé, come in un bazar dell’antiquariato; pesanti candelieri di bronzo, come viluppi di tralci e serpi, pendevano dalle alte volte, ora a cassettoni ora abilmente stuccate ora ricoperte d’affreschi.
Bellatrix ormai non badava molto all’arredamento della magione di sua sorella minore, nonostante non fosse di suo gradimento: le faceva venire in mente la villa descritta in un’opera Muggle, scritta da un poeta amico di un imperatore crudele, che n’ordinò l’uccisione. La donna attraversò un cortile interno, in cui una fontana chioccolava, invitando a trovare refrigerio dalla canicola ed il sole splendeva in tutta la sua gloria. Bellatrix indugiò: fino ad un anno prima, credeva di non poter mai più vedere la luce del sole. Lasciò che i tepidi raggi la scaldassero per qualche istante e poi spalancò una porta ed entrò in quello che era il Sancta Sanctorum di Narcissa Berenice Malfoy.
La padrona di casa si voltò, stizzita che qualcuno la distraesse dai suoi ricami, ma sorrise alla sorella maggiore e le andò incontro. “Cara sorella, era ora che usciste dalle vostre stanze.”
“Non è conveniente farlo spesso, sorella, se una taglia pende sulla vostra testa.”
Ella rispose un po’ acida, ma ricambiò il sorriso di Narcissa: sedettero sul canapè, e al battito di mani della padrona di casa, un vassoio con teiera, tazze e zuccheriera apparve sul basso tavolino. Bellatrix guardò sua sorella versare il tè e le parve di rivedere la loro defunta madre ripetere quegli stessi gesti: sentì una fitta di gelosia, gelosia per le fortune che la sorte aveva riversato su Narcissa ed aveva negato a lei. A trentaquattro anni, Narcissa aveva l’aspetto fresco e pulito di una ragazzina: i capelli acconciati all’ultima moda, le vesti cucite da sarti privati, il viso scevro da rughe e coperto da un velo di polvere di riso, per nascondere le efelidi e rendere più candido l’incarnato; una bellezza intatta, appena incrinata da un leggero malessere che da qualche giorno perseguitava la strega.
“State ancora poco bene?” chiese Bellatrix, con la voce bassa e leggermente apprensiva della perfetta sorella maggiore.
L’altra strinse le labbra, volgendo gli occhi grigi –più simili al cielo dicembrino che all’argento del marito e del figlio- oltre la finestra. “Non preoccupatevi, chiamerò la levatrice questo pomeriggio,” rispose distrattamente; poi, accortasi di quello che aveva appena detto, portò una mano alla bocca, fissando il viso furioso di sua sorella. “Scusatemi, so che… ma dovete capire, non ho intenzione d’essere oggetto di scandalo, e sarebbe molto più facile evitarlo se Lucius non fosse ad Azkaban.”
“Siete la solita stupida, Narcissa, sapete quante donne desiderano un figlio ed è loro negato?!” ribatté gelosa, alzandosi e avvicinandosi ad una finestra, poi sbuffò derisoria e si voltò con le labbra increspate in un sorriso cattivo. “E se volevate evitare uno scandalo, dovevate pensarci prima di infilarvi nel letto di un altro uomo.”
“Forse, sorella, dimenticate che non tutte le donne hanno un marito fedele e devoto, disposto a seguire la propria moglie perfino ad Azkaban?” Ora era Narcissa, ad essere gelosa: gelosa delle numerose amanti di Lucius -ma ella non era da meno; gelosa della fortuna di Bellatrix, l’unica che il fato le aveva concesso. Ella fissò sua sorella per lunghi e silenziosi istanti, poi si avvicinò e poggiò la fronte sulla sua schiena, stringendo la sua tunica. “Quando sarà liberato Lucius?” chiese con voce sottile. “È trascorso un anno e il nostro Signore ha fatto evadere alcuni Death Eaters da Azkaban, ma non Lucius.”
“Me ne spiace, ma non so nulla in riguardo. Pensate solo all’iniziazione di Draco,” rispose dopo un lungo silenzio.
Bellatrix sapeva perché suo cognato era ancora ad Azkaban, ma teneva queste informazioni solo per se. Chi conosceva le ragioni dietro ogni azione dell’Oscuro Signore? Di certo non lei. Bussarono alla porta, Narcissa accordò il permesso e Draco entrò: salutò per prima sua madre, imitando il fare distaccato di suo padre ma non riuscendo a celare l’affetto filiale, e poi sua zia.
Subito la madre lo afferrò per mano e fece sedere il ragazzo accanto a lei, cinguettando come un’adolescente. “Dimmi, mon petit chou, ti sei divertito dai Parkinson? Pansy è diventata più graziosa dall’ultima volta che l’ho vista?”
“Madre, per favore, non chiamatemi in quel modo!” rispose egli, le gote appena tinte d’imbarazzo. “Mi sono divertito, e no, Pansy non è cambiata.”
“Oh, il mio petit chou sta diventando grande...” riprese Narcissa, pizzicandogli le guance. “E si fa ogni giorno più bello e affascinante”
Draco roteò gli occhi: voleva molto bene a sua madre, solo non gli piaceva che, all’età di diciassette anni, lo trattasse ancora come un bambino di cinque. Lanciò uno sguardo a sua zia, sperando che cogliesse la sua richiesta d’aiuto: ma Bellatrix aveva nuovamente rivolto lo sguardo ad un punto distante del giardino, come indispettita e stizzita da quell’infantile manifestazione d’affetto materno.
“Zia Bellatrix, quando ci sarà la cerimonia d’iniziazione?” chiese il giovane mago, sperando di iniziare una conversazione seria. “Ho superato brillantemente tutte le prove cui mi hanno sottoposto e sinceramente non ho molta voglia di aspettare.”
La Death Eater si voltò verso il nipote e sedette su una poltrona. “La cerimonia avverrà dopo Natale,” rispose ella con pacatezza. “Se sei curioso di sapere il perché, dovresti chiedere a Miss Bianca Trao.”
“Sai mon chou, tua zia è tanto invidiosa di quella strega,” rise Narcissa con leggerezza. “Dite la verità, cara sorella, vorreste tanto lanciarle una bella maledizione e occuparne posto, n’è vero?”
Bellatrix lanciò un’occhiata infuocata a sua sorella e s’alzò in piedi. “Ho respirato aria fresca sufficiente per una settimana,” disse, avviandosi verso le camere che i Malfoy avevano offerto ai Lestrange.
La cosa che più la seccava, era che Narcissa aveva perfettamente ragione: Bellatrix era gelosa di Bianca e della gran confidenza che aveva con il suo Signore, così come lo era delle sue sorelle -sì, si disse, anche di quella sconsiderata di Andromeda. Le invidiava perché entrambe avevano avuto dei figli, ma invidiava Bianca per la sua eccessiva vicinanza all’Oscuro Signore. Certo, lei era uno degli ultimi parenti viventi di Lord Voldemort; certo, suo padre e suo nonno avevano occupato posti di gran prestigio nell’entourage dei più fedeli Death Eaters, ma come poteva una fanciulla di quell’età e priva d’ogni esperienza esser arrivata tanto in alto? Bianca aveva un’eccellente conoscenza teorica, coltivata sui libri, ma lei non aveva mai partecipato ad un raid o interrogato un prigioniero. Fra teoria e pratica c’era una grossa differenza!

.: ° :.

La casa era silenziosa, nonostante fosse tarda mattinata: Bianca alzò lo sguardo alla pendola, che segnava le dieci e mezzo. Finì il suo caffè e si alzò, per poi vedere il padrone di casa entrare nella sala da pranzo: lei sorrise e chinò appena il capo.
“Buongiorno, Thomas: dopo tre giorni, stavo per venire a svegliarti.” Sedette nuovamente e suonò un campanello; dopo qualche istante, Meg giunse. “Puoi portare la colazione del Padrone: caffellatte, torta alle mandorle, croissant alla crema e del succo di frutta. E non dimenticare la pappa reale e le gallette col miele.”
La cameriera annuì con un piccolo inchino e si congedò.
“Da quando sei la mia balia?” Tom chiese stanco e nervoso. “O hai persino intenzione d’imboccarmi?”
“Non oserei mai,” Bianca rispose zuccherina. “Ma non hai ancora recuperato tutte le tue forze: dovresti sapere quanto certi incantesimi siano logoranti…”
“Lo so,” rispose egli, corrugando la fronte. “Ritieniti fortunata che in questo momento non me la sento di maledirti.”
Bianca sorrise, sedendo composta; la sua schiena, perfettamente allineata, non toccava la sedia; i capelli, di un bruno così scuro da sembrare neri, erano stati raccolti in un nodo e lasciando libere solo due ciocche, ai lati del viso. Si versò dell’altro caffè e portò la tazzina di Sèvres alle labbra carnose, prestando attenzione a non versare il liquido bollente sull’abito color crema che indossava. Alzò gli occhi oltre il bordo della tazza, ricambiando lo sguardo di suo cugino; indi si terse le labbra e disse con voce dolce e angelica. “Ho ordinato di servirti pasti sostanziosi e abbondanti, finché il tuo equilibrio magico non si sarà stabilizzato. Inoltre vorrei che evitassi di fare incantesimi d’ogni sorta, per il momento.”
“Non ho alcun bisogno di una balia,” rispose egli stizzito. “sono perfettamente in grado di badare a me stesso.”
“Thomas! Lo Psychesyllego è uno degli incantesimi più complicati e logoranti: non ha modificato solo il tuo potenziale magico, ma anche il tuo corpo, e finché il tuo equilibrio non si sarà ristabilito, devi pensare solo a mangiare e a dormire bene.
Un’ultima cosa: poiché non eri in grado di farlo, ho ordinato di non far parola alcuna del tuo cambiamento fisico, sia ai Dodici sia ai Leali.”
“Nessuno ti ha accordato il permesso di farlo.”
“È la stessa cosa che mi ha detto Madam Lestrange,” rispose con non chalance. “Ma ho pensato che forse preferivi riflettere su come sfruttare al meglio la tua riacquistata gioventù…”
Tom annuì pensieroso, incapace di trovare una risposta adeguata: in fondo Bianca non aveva tutti i torti, molti dei suoi ex compagni non avrebbero collegato il giovane che ora era all’orfano Sanguemisto con cui avevano studiato, doveva semplicemente giocare bene le sue carte. Tom lasciò che la sua cameriera Muggle gli servisse la colazione e strinse la tazza con due dita: sorseggiò la bevanda lentamente, godendo del sapore dolce e amaro e del calore del caffellatte. Era passato davvero molto tempo dall’ultima volta che aveva indugiato in tali piccoli piaceri.
“Non credi che dovresti scendere a compromessi con Bellatrix?” Tom disse, affrontando una delle questioni più spinose.
La strega storse la bocca, come se avesse trangugiato una pozione particolarmente amara. “Dovrebbe comportarsi in maniera più civile: non mi sembra che i Black solessero allevare i loro figli nei porcili, con la sola custodia di rozzi massari. Pretende che la si chiami Lady quando si comporta come… come una schizofrenica priva d’educazione!”
“Bellatrix forse non usa le tue raffinatezze, ma è fedele e si dedica in modo completo ai suoi doveri,” ribatté egli con voce fredda e severa. “È una donna esacerbata dalle disgrazie e le sofferenze che il Fato le ha elargito; portata all’orlo del delirio e della follia da quattordici anni trascorsi ad Azkaban: non ti chiedo di darle la tua pietà, non n’abbisogna, ma pretendo che tu le porti rispetto.”
Bianca strinse le labbra e abbassò gli occhi, facendo tacere il suo orgoglio ferito: rimestò il suo caffè, mordendosi il labbro inferiore; poi lanciò una fugace occhiata a Tom e annunciò. “Ci sono dei malcontenti fra i Ranghi Inferiori.” Egli la fissò silenzioso. “Ci sono delle voci che, se giungono alle orecchie dei nostri avversari, potrebbero darci dei problemi.”
Tom sbuffò e inclinò il capo da un lato, guardando la donna con aria di sfida. “Davvero? E quali sarebbero queste voci?”
“Non è un argomento su cui scherzare, Thomas. Io… io ricordo bene quello che diceva papà, che il metodo migliore è quello del bastone e della carota, il panem et circensem di romana memoria e così via. I tuoi Death Eaters temono le tue punizioni, e a parte una caccia al Muggle ogni tanto, non hanno alcuna controparte: niente bottino da spartire dopo un raid, niente prigionieri da…”
“Permettere certe cose, ci metterebbe a rischio: credi che il Ministero passi tutto il giorno a rigirarsi i pollici? No, Bianca, se hanno dei sospetti, gli Auror controllano perfino quante volte il tuo Elfo personale va al bagno! E se i tuoi sottoposti non se ne rendono conto, è tuo dovere ficcarglielo in testa!”
“È anche una questione di fiducia: alcuni Death Eaters sono ad Azkaban dallo scorso anno, mentre altri sono fatti fuggire dopo pochi giorni. Hai una pallida idea che effetto abbia tale atteggiamento su di loro?” Bianca disse con rabbia. “Te lo dico io: li convince sempre più del fatto che, in fondo, a te non importi poi molto di loro, qualunque cosa facciano. E mi riferisco anche al fatto che, pur sapendo che ci sono dei traditori, non te ne liberi
“Ci sono traditori e traditori,” rispose egli pacatamente, “ e, in un certo senso, comprendo le ragioni di Severus. Quanto ai Death Eaters ancora ad Azkaban, è evidente perché sono lì: Lucius s’è dimostrato un incompetente, Wormtail è stato tanto stupido da mettersi in debito con Harry Potter; Avery… lasciamo stare; tu dimmi come faccio a dar fiducia ad elementi del genere.”
Bianca roteò gli occhi ed alzò le braccia in disperazione. “Credi che io frequenti la facoltà di Psicologia solo per copertura?! Come diceva papà, conosci il tuo nemico; in questo caso, applica le sue conoscenze. liberandoli, farai agli altri un’iniezione di fiducia e lealtà, fugando ogni pericolo di tradimento e ribellione che in questo momento potrebbero covare.”
“Forse,” disse Tom, non molto convinto a mettere in atto quel piano seduta stante.
Conosceva Bianca: solo perché non era in perfetta forma, lei credeva che poteva tenere in mano le redini del comando. Beh, di certo l’uso delle conoscenze di psicologia Muggle era inutile con lui.
“Dovresti imparare da tuo padre,” aggiunse con voce letalmente morbida. “Bastiano non ha mai e poi mai chiesto sui perché ed i percome. E tuo nonno Alfio fece altrettanto.”
Bianca sospirò. “Tornerò nel pomeriggio e ne parleremo con gli altri, va bene?” insistette.
Ma lui non le rispose.
“Lo sai che io voglio solo il tuo bene.” Aggiunse, a mo’ di scusa, e lui sapeva che era vero.
“Sì,” disse infine. “E salutami Isabellina” rispose egli, congedandola con un sorriso ironico.
Ella sbuffò stizzita e s’avviò verso l’ingresso; ma sulla porta si voltò e disse apprensiva. “Un’ultima cosa: non devi cambiare assolutamente la luna di Ms. Weasley, prima voglio cercare di sapere qualcosa in proposito dalle Zie.
Devi solo pazientare, e presto ti sentirai più forte.”

.: ° :.

“…i nostri informatori ci hanno reso noto alcuni strani fermenti all’interno dell’Ordine della Fenice: non è ancora ben chiaro ciò che Dumbledore e i suoi hanno in mente, ma è da escludere che sospettino delle nostre spie.”
“Quel vecchio cretino e le sue manie...” sbuffò un Death Eater divertito. “Non sarebbe capace di riconoscere uno dei nostri neanche avendolo sotto il suo lungo naso.”
Risero a quella battuta e Tom fece cenno al Death Eater di sedere.
“Ottimo lavoro, Rookwood,” disse egli con un ghigno. “Rodolphus, fa’ in modo che Loveday sia ricompensata per il suo impegno e dille da parte mia che è la degna figlia di sua madre. Come procedono i preparativi per la cerimonia d’iniziazione?”
Un uomo sulla cinquantina si alzò in piedi e disse. “Procedendo in questo modo, saranno pronti per l’inizio di Dicembre. Poiché molti novizi sono ancora studenti, dobbiamo trovare un modo per farli uscire da Hogwarts senza destare sospetti: s’è pensato ad una serie di Portkey da mandare come regali da parte dei genitori, ma durante lo scorso anno le barriere magiche del castello sono state rinforzate.”
Ci fu un lungo silenzio: Tom s’alzò e iniziò a camminare avanti e indietro pensieroso; i suoi seguaci lo guardavano con timore, quasi aspettando un suo scoppio d’ira. Egli sfiorò con le dita le digitali in un vaso e fissò lo sguardo al cielo di tarda estate.
“C’è sempre un modo per bypassare tali incantesimi,” disse infine, “scoprite quali sono e trovate la giusta combinazione di contro incantesimi.
Con questo possiamo definire concluso l’ordine del giorno: fissate la riunione con i Ranghi Inferiori per il tre del prossimo mese e avvertite le famiglie De Ravenelle, Malfoy, Avery, Mazzone e Kirrons di tenersi pronte a ricevere ospiti.”
I Death Eaters annuirono ed attesero il permesso d’andare via. Ma Tom non disse alcunché, fissando pensieroso il giardino lussureggiante.
“Ma prima che andiate via, vorrei condividere con voi alcune decisioni che desidero restino prettamente confidenziali.”
I Death Eaters tacquero, guardandosi a vicenda e chiedendosi cosa potesse richiedere tanta riservatezza: solitamente, le decisioni prese in quelle riunioni erano comunicate a tutti i Death Eaters.
Tom portò le mani dietro la schiena, osservando i volti dei suoi seguaci riflessi nella finestra. “Dopo aver riflettuto su quanto accaduto due settimane fa, ho deciso di sfruttarla al meglio.”
“Vi riferite alla… alla Vostra riacquistata giovinezza?” azzardò una strega, fasciata in una tunica di seta.
“Sì, Edna: penso che, se mi presento con un nuovo nome, potrei persino chiedere un appuntamento con il Ministro.” Tom annuì con un ghigno. “Ovviamente è necessario che meno gente sappia di questa mia… come definirla… doppia identità.
Durante le riunioni generali indosserò una maschera e i miei mantelli saranno confezionati in modo da dissimulare il corpo. A questo provvederai tu, Dominic.” Il Death Eaters annuì appena. “Bianca, voglio che tu ti occupi di creare questa nuova identità: usa tutti i canali a tua disposizione e sfrutta ogni tuo contatto con le autorità, magiche e non.”
“A questo proposito, vorrei suggerirvi il nome di Thomas Maria Meridiæ,” disse Bianca con un piccolo sorriso orgoglioso. “Dopotutto questo avrebbe dovuto essere il vostro nome, se la zia Agata fosse riuscita a convincere suo marito a adottarvi, come prescrivono le regole della Confraternita. Inoltre, i Meridiæ non sono mai stati associati a voi o ad ogni altro tipo di attività Oscura: se fingerete d’essere un mago neutrale, nessuno sospetterà della vostra vera identità.
Un ramo della famiglia dovrebbe vivere a Johannesburg: li contatterò e troverò un escamotage per giustificare un parente di circa venticinque anni.”
Bellatrix le lanciò un’occhiata infuocata e borbottò qualcosa sui pavoni e le galline. Tom ignorò le due donne ed accordò ai suoi più fidi seguaci il permesso di congedarsi.

.: ° :.

Con le braccia incrociate, un sorriso asimmetrico ad increspare le sue labbra ed una strana sensazione alla bocca dello stomaco che lo perseguitava da settimane, Tom guardava Virginia seduta dall’altra parte del tavolo. I piatti sporchi parlavano di una cena sobria ma raffinata, e il centrotavola di fiori autunnali era come una piccola foresta multicolore, che celava alla vista la sua bambola.
La sua bambola… da quando aveva riacquistato i suoi poteri e il suo aspetto giovanile, si era limitato a giocare un po’ con lei; ma col passare delle settimane, si era sorpreso sempre più tentato dalla prospettiva di possederla completamente. Ricordava perfettamente quello che Bianca gli aveva detto, ma le Zie non si erano ancora pronunciate sull’argomento. Cacciò via quel pensiero: non avrebbe seguito il consiglio di nessuno, ed egli soltanto avrebbe deciso.
E Tom continuava a fissare la sua bambola, dall’espressione scevra da luce ed emozioni. Si chiese se davvero una persona che avesse ricevuto il bacio del Dementor diventasse una specie di vegetale senza alcuna volontà. Rimaneva qualcosa di latente all’interno del corpo, come degli atti riflessi? La cosa certa era che una donna in quello stato non si sarebbe mai opposta alle profferte di un uomo, fosse anche il più orrendo del mondo; né tanto meno alle più svariate pratiche sessuali: un pensiero decisamente allettante.
“Sai Virginia,” disse egli, posando il tovagliolo accanto al piatto e raggiungendola,. “francamente me ne infischio di quello che dice Bianca sul tuo cambiamento di luna. Sei la mia bambola di porcellana, perché non dovrei possederti anche biblicamente? So quello che penseresti in quest’istante, che sono un sadico pervertito: ti ringrazio per il complimento che mi avresti fatto, ma ora andiamo a letto.”
Le afferrò le mani, la condusse lungo le scale, un braccio attorno alla vita, e poi nella sua camera.
La stanza era buia, illuminata dalle ultime braci che ardevano nel camino e dalla luce verdastra di una lampada. Tom sedette sul letto mentre Virginia era in piedi davanti a lui: la guardò a lungo, mentre uno strano pizzicore gli svegliava e stimolava il corpo ed il suo sorriso si allargava. Pose una mano sul suo fianco, avvertendo il lieve calore attraverso la stoffa; poi cinse la sua vita con un braccio e la tirò a sé, affondando il viso nel suo soffice addome. Stette così a lungo, le mani viaggiavano sulla sua schiena e sui suoi glutei. Poi la fece sedere sulle ginocchia e le sbottonò la camicia: la pelle del seno, stretto in una canotta di battista e pizzo, era pallida e invitante. La sua mano sinistra -sinistra in tutti i sensi - s’infilò fra la stoffa e la pelle, mentre l'altra finiva di sbottonare il vestito. Egli affondò il viso nel suo collo, continuando a toccarla, e la morse giocosamente; le sue dita le afferrarono mento e la fece voltare verso di lui. Sorrise, mentre guardava gli occhi vuoti e senza emozione di Virginia, come due fredde corniole senza luce, e poi la baciò affamato. Quindi, senza separare le loro labbra, Tom fece scivolare gli indumenti di Virginia sul pavimento. Egli guardò compiaciuto la giovane donna, nuda, fra le sue braccia: la pelle candida come porcellana sembrava ancora più invitante al bagliore della lampada, e lo tentava con la promessa d’antichi e dimenticati piaceri, piaceri che fino al giorno prima s’era limitato ad assaporare in minuscoli bocconi. Tom si alzò per posare la sua bambola di porcellana sul letto e svestirsi; quindi pose i loro indumenti su una poltrona e si stese su di lei. Egli riprese a toccarla, a volte con delicatezza, altre ferendone la pelle e non ottenne più di un atto riflesso. Accarezzandole l'interno delle cosce, divaricò le sue gambe e scivolò dentro: trovata una certa resistenza, sorrise diabolicamente, schiocca! ndo la lingua.
“È tempo di cambiare luna, Virginia: tua madre non ne sarebbe molto entusiasta, se sapesse che sei stata scopata da Lord Voldemort…”
Fece forza su quella sottile barriera: gli tornò in mente l’ultima volta che era stato con una vergine, una sua seguace che, appellandosi ad un antico uso feudale, aveva chiesto come dono di nozze l’onore che fosse egli il suo primo. Iniziò a muoversi su di lei, concentrato solo sul proprio piacere e lasciandosi guidare dall’istinto: non gli importava molto della ragazza né tanto meno d’improbabili legami che l’avrebbero legata a lui. Venne, e fu come toccare il cielo con un dito. E poi, dopo essersi riposato, ripeté finché non ne fu soddisfatto: infine crollò esausto in un groviglio di membra e lenzuola.

Quella fu solo la prima di molte notti, poiché Tom trovava la situazione decisamente interessante: era cose esser tornato indietro nel tempo, quando soleva esplorare la sessualità in ogni suo più piccolo aspetto. A volte si comportava come il più dolce degli amanti, ed altre era tanto crudele quanto con un mago Muggleborn o un Auror ficcanaso. E poi c’erano le volte che disertava il proprio letto per la stanza a lui riservata al White Lilies –il bordello più famoso e lussuoso di tutta la Londra magica- o per il talamo di un marito tradito.
Aver cura di Virginia era un compito gravoso per Meg: all’inizio era un po’ come giocare con una bambola a dimensioni naturali, che la ragazzina Muggle doveva vestire, nutrire e tutte quelle cose che, un tempo, era solita fare con le sue barbie. Ma Virginia era una persona, non un giocattolo, ed era una situazione molto triste, e tutto questo riportava nella mente di Meg il nonno di una sua vecchia compagna di giochi, il quale non faceva altro che fissare il vuoto: egli era peggio di un neonato, e spesso i parenti della sua amica litigavano sull’opportunità di portare l’anziano genitore in un ospizio.
Quando il nonno andrà via,” soleva dire la compagna di giochi di Meg, “avrò una stanza tutta mia.
Virginia non era una vecchia, e l’Oscuro Signore la trattava come se non fosse neanche un essere umano.
Lei è solo uno strumento da cui ricavare… piaceri per cui sei troppo piccola,” Bellatrix le disse un giorno, “e non fare domande su questa faccenda. Crucio.”
E Meg non aveva fatto altre domande, o meglio, le aveva tenute per se: dentro di sé, non poteva fare a meno di chiedersi il perché e il percome. Che cosa c’era di piacevole in qualcuno incapace d’alzarsi da letto senza che qualcuno l’aiutasse? Perché l’Oscuro Signore trascorreva così tanto tempo con qualcuno che non era capace di rispondere alle sue domande?

.: ° :.

Era usanza del Ministero della Magia organizzare una festa per i suoi dipendenti in occasione delle festività natalizie, e la guerra non era una scusa sufficientemente valida per annullarla, tutt’altro! Molti membri del Comitato Organizzatore vedevano nella festa un’occasione per raccogliere fondi –da quando famiglie come i Malfoy avevano reso palese per chi parteggiavano in realtà, il Ministero aveva qualche problema finanziario- ed un modo per stringere alleanze con i paesi stranieri contro Lord Voldemort.
Quello che molti ospiti e Auror in servizio ignoravano, era che perfino l’Oscuro Signore era presente al party, quell'anno: grazie alla sua riacquistata giovinezza ed i contatti di alcuni Death Eaters insospettabili, per Tom era stato un gioco da ragazzi ricevere un invito. Egli provava un perverso e malvagio piacere nel mescolarsi con i suoi stessi nemici e nell’ascoltare i discorsi di chi ignorava la sua vera identità. Ma Tom era anche compiaciuto, sia per le proprie capacità istrioniche sia per Virginia: sebbene l’Imperio la facesse sembrare un burattino manovrato male (dopotutto non ci si può aspettare di più da un guscio senz’anima) grazie ad un incantesimo estetico che non la faceva sembrare troppo una Weasley, nessuno aveva il benché minimo sospetto su chi lei fosse in realtà. Più di un mago s’era complimentato con lui per la sua “sorellina”, e Tom doveva ammettere che Virginia stava proprio bene in rosa pallido, anche senza incantesimo: egli provava un misto di soddisfazione e gelosia notando gli sguardi interessati di altri uomini. Inoltre, la presenza degli altri Weasley non lo preoccupavano più di tanto: ufficialmente, tutti sapevano che Virginia Weasley era morta.

Percy sospirò profondamente, sentendosi per niente allegro: nessuno in famiglia aveva abbandonato la segreta speranza di vedere Ginny ancora una volta. Comunque, la disgrazia aveva un lato positivo, ed egli s’era rappacificato con i suoi: certo, c’erano ancora degli attriti, ma i Weasley erano di nuovo una famiglia unita.
“Percy?” chiese Penelope, un po’ preoccupata, “Percy, stai bene?”
Il giovane annuì appena. “Sono solo un po’ stanco, tutto qui.”
Penelope sospirò e si guardò intorno, pensando a come avrebbe potuto tirar su di morale il suo fidanzato. “Non penso che agli altri dispiacerà se ce n’andiamo un po’ prima del previsto, e… potrei fermarmi a casa tua per un po’ e… trascorrere la Vigilia soli tu ed io.”
L’audacia di Penelope prese Percy di contropiede ed egli la fissò, quindi il fantasma di un sorriso incurvò le sue labbra mentre le cinse le spalle con un braccio. “Ok, ma vorrei augurare la buona notte almeno a Mr. Fudge.”
La coppia cercò il Ministro e lo intravidero dall’altra parte del salone in compagnia della First Lady e di alcuni personaggi importanti: Percy e Penelope dovettero camminare lungo il perimetro del salone per non disturbare le coppie danzanti. Erano quasi arrivati, quando Percy si fermò, fissando una ragazza con i capelli rossi vestita di rosa pallido.
“Ginny…” mormorò, sentendo una speranza inaspettata colmargli il cuore.
“Percy?!” lo chiamò Penelope e sbuffò, affrettandosi a scusarsi.
“Quella… quella è Ginny!” disse lui un po’ più forte, ignorando tutto quello che lo circondava.
Le persone intorno a lui si guardarono mormorando qualcosa, cercando di capire di chi stesse parlando il giovane segretario.
“Capisco,” disse comprensiva una donna, individuando la ragazza in rosa pallido, “anch’io la scambiai per la sua povera sorella, Mr. Weasley, quando mi hanno presentato Miss Meridiæ.”
“Avete ragione, Mrs. Fudge,” aggiunse un mago di colore, “assomiglia davvero molto alla povera Miss Weasley.”
Percy sentì quella speranza andare in frantumi, i cui pezzi tagliavano le sue emozioni come schegge di vetro.
“Lei e suo fratello si sono trasferiti da Johannesburg lo scorso autunno: sembra che quella fanciulla sia molto malata,” mormorò Mrs Fudge con un sospiro addolorato. “Se desidera che gliela presenti…”
“No, la ringrazio, noi… noi stavamo per andar via,” Percy rispose con un sorriso educato.
“Allora la aspetto dopodomani alle otto,” concluse Mr. Fudge con la sua solita voce atona. “Buon Natale, Mr. Weasley.”

.: ° :.

Molti si chiedevano perché l’iniziazione di un nuovo Death Eater richiedesse un simile dispendio di tempo e danaro: dopotutto, la cerimonia consisteva in un mero giuramento di fedeltà, siglato con l’imposizione del Marchio Oscuro. In realtà, col passare degli anni s’era creato una specie di cerimoniale attorno all’evento, caricandolo di misteriosa simbologia.
Narcissa non sapeva perché la tunica che suo figlio doveva indossare per l’occasione dovesse essere proprio di quel tessuto –velluto blu tessuto a mano- e di manifattura Muggle, o perché la maschera dovesse per forza provenire da Venezia. Però, mentre lo aiutava a vestirsi, non poteva non sentirsi orgogliosa, in un certo senso. Narcissa chiuse gli occhi e prese un respiro profondo, ringraziando mentalmente l’ampiezza della tunica: quando aveva saputo della gravidanza, subito dopo la sua fuga da Azkaban, Lucius non aveva fatto commenti sull’infedeltà di sua moglie né aveva imposto il proprio punto di vista, come soleva fare. Bellatrix n’aveva approfittato per osteggiare l’ipotesi di un aborto, affermando che se l’Oscuro Signore desiderava che non si levasse mai la mano su una donna –strega o Muggle che fosse- in evidente stato interessante, dovevano esserci delle importantissime ragioni.
Narcissa sbuffò: non sapeva neanche chi fosse il padre del bambino –e in cuor suo sperava che fosse una femmina, poiché nessuno a Malfoy Manor andava a genio il pensiero che Draco potesse condividere la sua eredità con un bastardo. Lei sorrise al figlio, sistemandogli la ciocca che cadeva sulla sua fronte, e fece per dire qualcosa, ma un Death Eater aprì la porta ed annunciò loro che la cerimonia stava per cominciare.

Dall’alto della balaustra, l’Oscuro Signore osservava i seguaci muoversi nel salone sottostante: mantelli blu e neri mulinavano sul lucido pavimento di marmo scuro. Volse lo sguardo alla donna dietro di lui, un mero quaderno Muggle fra le sue mani.
“Sai che non voglio che ti vedano con quella roba,” egli sibilò pericolosamente.
Lei ricambiò lo sguardo e nascose l’oggetto fra le pieghe del suo mantello. “Dopodomani ho un esame, ed anche se non è difficile incantare i miei insegnanti, è bene che mantenga la facciata della perfetta studentessa.”
“In ogni modo questo non è né il posto né il momento di leggere Freud, Bianca. Hai novità delle Zie?”
“Nessuna, parlare con loro è come chiedere informazioni stradali ad un centauro,” sospirò esasperata: si affacciò alla balaustra, lo sguardo perso nel vuoto, poi prese una pergamena dal mantello e la porse a suo cugino. “Però mi hanno chiesto di darti questa.”
Egli la prese e la lesse, corrugando la fronte: i suoi occhi si rabbuiarono, ma poi rise sommessamente. “È una lettera del principe I'lya Pavlovič Jazycov, mi chiede ufficiosamente di rendere a Miss Weasley la sua anima e consegnare la ragazza a Blaise Zabini… strano che dopo sedici anni s’interessi a suo figlio.”
“Le regole della Confraternita impongono un tale comportamento, Thomas, il tuo caso non è poi molto diverso da quello del giovane Zabini,” mormorò Bianca, scotendo appena il capo. “Lo farai, nevvero? Ho sentito dire che il ragazzo è disposto a tutto pur di riavere la sua amata.”
“Ma stai scherzando?!” rispose egli, bruciando la lettera con un incantesimo. “Virginia mi appartiene, è la mia bambola di porcellana e non permetterò a nessuno di portarmela via.”
“Virginia cosa?!” Bianca lo guardò sconvolta, pallida in viso. “Non dirmi che… ma sei impazzito? E poi è ancora minorenne! Ti avevo detto quanto potesse essere per-”
Crucio!” sibilò egli, puntandola bacchetta contro di lei. “Punto primo: credi che m’importi della sua età? Punto secondo: non permetto a nessuno di parlarmi con questo tono, Bianca, fossero anche Gorgone, Mormo ed Ereschigal. Nessuno può dirmi cosa fare e non fare, nessuno può prendere decisioni al posto mio. Devo forse pensare che il potere che ti ho concesso ti ha dato alla testa?!” E con un gesto secco ruppe l’incantesimo.
Bianca annaspò, aggrappandosi alla balaustra di legno. “N-no, perché dovrei andare contro il mio stesso sangue?” mormorò, riprendendo fiato. “È proprio perché ti ho a cuore che vorrei evitassi simili imprudenze: il sesso può essere una magia molto forte, se trova un terreno fertile, ma i maghi moderni lo hanno dimenticato.”
Egli la guardò, il suo viso scevro da emozioni, rimuginando sul fatto che egli stesso aveva dimenticato di quella magia più di quanto lei credesse. Poi fece apparire una maschera di legno nero e borbottò. “Aiutami ad indossare questa trappola.”
Bianca si rialzò con difficoltà e scosse la testa: come poteva suo cugino ignorare certe cose? E con simili pensieri che le attraversavano la mente, strinse le fasce di cuoio.

“Ecco, lo giuro sulla Spada che lacera.
Ecco, lo giuro sulla Coppa che il sangue raccoglie.
E sulla Bacchetta, strumento del mio potere, e sulla Moneta per il Traghettatore!
Ecco, lo giuro sul Sangue, ‘ché sangue scorrerà sulle mie mani: la mia vita non è più mia; il mio corpo non è più mio.
Tutto di me appartiene al mio Signore, al mio Padrone: la mia dedizione sarà salda, e salda sarà la mia fedeltà. Rifuggirò il tradimento e punirò chi lo attua.
Agirò contro i nemici della mia stirpe e chi i miei nemici sostiene: nulla mi fermerà, né le lagrime né la supplica, solo la parola del mio Padrone fermerà la mia mano, ‘ché a lui appartiene.
Ecco, questo io giuro, sulla Coppa e la Spada, la Moneta e la Bacchetta, sul Sangue e sullo Stige, sulla Luna e il Sole e le Stelle, sui Superi e gli Inferi e su quanto ho di più prezioso a questo Mondo.”
Pronunciando questo giuramento, gli Iniziati brandirono il pugnale che pendeva dalla loro cintura, s’incisero il palmo e versarono alcune gocce di sangue nella coppa sorretta dai loro Padrini. Le coppe furono colmate con un liquido fumante e loro le porsero ai figliocci, che bevvero tutto d’un fiato. Quindi i nuovi Death Eaters si disposero in due file e si prepararono a ricevere il Marchio Oscuro: avanzavano di tre passi, salivano i sette gradini che portavano all’Oscuro Sire, baciavano il lembo del suo manto e gli porgevano l’avambraccio sinistro. L’Oscuro Signore puntava la bacchetta, e mormorata una formula in una lingua sconosciuta, marchiava a fuoco la carne del suo nuovo seguace.
Conclusa la cerimonia, ebbero luogo i festeggiamenti: il vino scorreva a fiumi e i piatti con le pietanze si riempivano in continuazione. I prigionieri tenuti in vita per l’occasione si esibivano in macabre danze e lotte. Bellatrix si sentiva orgogliosa, in un certo senso: il suo unico nipote maschio aveva seguito le tradizioni di famiglia e si sarebbe dedicato a portare gloria alla sua casata. Certo, il ragazzo aveva ancora qualche sbandata –capricci di un rampollo- ma col tempo avrebbe imparato quali fossero le cose davvero importanti. In quei mesi lei, Rodolphus e Rabastan si erano occupati della preparazione del giovane Malfoy, insegnandogli tutto quello che un mago e seguace dell’Oscuro Signore dovesse sapere. Bellatrix intravide Bianca –nessun’altra Death Eater siederebbe così rigidamente- e con un sorriso cattivo nascosto dalla maschera, le andò incontro.
“Splendida festa, non trovate?” Bellatrix disse con disinvoltura. “Sono così orgogliosa di mio nipote: lui sì che sa come rendere felici i suoi famigliari, al contrario della sorella di una persona di mia conoscenza.”
Bianca sbuffò e la guardò di tralice. “Per lo meno, ho la certezza che mia sorella non si unirà mai ad uno sporco Mudblood, al contrario di quella di una persona di mia conoscenza, E poi trovo deleterio per la forza magica di una strega o di un mago, essere iniziato alle pratiche oscure prima del completo sviluppo.”
“E il nostro Lord cosa dice in proposito?” chiese Bellatrix con uno sfarfallio di ciglia.
La giovane donna borbottò qualcosa in italiano, vistosamente furiosa, poi prese un respiro profondo e rispose zuccherosa. “Non sono affar vostro, le faccende della mia famiglia. E poi… e poi per il momento Isabella sta bene dove sta.”
Bellatrix sorrise, sentendosi pienamente soddisfatta della giornata: Draco era diventato ufficialmente un Death Eater ed era riuscita a mettere in difficoltà la sua rivale. Oh sì, proprio una dolce giornata.

.: ° :.

Era quasi l’alba quando Tom tornò ad Elysian Fields: i festeggiamenti si erano protratti più del previsto e verso l’una di notte si era improvvisato un attacco in un villaggio, giusto per far fare un po’ di pratica ai giovani Death Eaters.
Senza fare troppo rumore, egli andò in camera di Virginia: lei dormiva placidamente fra lenzuola di lino e cuscini di piuma. Scotendo delicatamente la sua spalla, la svegliò: Virginia aprì gli occhi e fissò il proprio sguardo vuoto nel suo. Tom la fece sedere, e la tirò contro il proprio petto affondando le dita nelle sue ciocche color sangue.
“Sai, Virginia, oggi Malfoy, jr. è stato iniziato: adesso avrà un motivo in più di torturare il Trio Dorato. Ah, non ti offenderai se renderà la vita più difficile a tuo fratello, a quella peste di Potter e alla Mudblood, vero?
Il Vecchio Al può sospettare che la nuova generazione di Death Eaters sia a Hogwarts, può prendere provvedimenti nei loro confronti ma ha anche le mani legate. Potrebbe essere destituito se lancia accuse senza poterle provare. Egli ha solo la parola Severus, il tuo insegnante di Pozioni. Oggi non era all'incontro, gli ho fatto sapere che la sua presenza sarebbe stata più utile altrove: sarà una spia, ma ho ancora bisogno di lui.
L’unica cosa che mi spiace, è che anche questa volta Isabellina non era fra noi: quella ragazza ha un gran potenziale, come strega oscura, solo che è troppo influenzata dalle Zie e questo non mi piace.
“Comunque basta con questi pensieri, perché non giochiamo un po’, bambolina?”
Egli spostò le coperte e sollevò la ragazza, facendo posare la sua testa sulla propria spalla; aprì la porta con un calcio e attraversò il corridoio: non si preoccupava se Meg non avrebbe trovato Virginia nel suo letto, non era la prima volta che accadeva.
Una volta nella sua camera, Tom si spogliò un po’ impaziente; poi fece sedere Virginia sul suo grembo, allacciando le sue gambe attorno alla propria vita. Accarezzò con il pollice le sue labbra prima di baciarla, all'inizio con delicatezza e poi con foga maggiore: quasi le strappò la camicia da notte e la biancheria; quindi la sistemò meglio sul proprio corpo e, afferrando le sue natiche, iniziò a muoverla sopra di lui chiudendo gli occhi. Ma quando aprì gli occhi e la guardò, sentì la rabbia crescergli in petto: nessuna reazione, neanche il respiro irregolare, né una goccia di sudore. Assolutamente niente.
Tom la spinse e Virginia cadde sul materasso con un tonfo; poi egli s’alzò e iniziò a camminare lungo la stanza nervosamente: ogni volta doveva fare tutto e comunque sia non era tanto diverso dal masturbarsi davanti alla foto di una ragazza. Inoltre lui aveva in testa fantasie che richiedevano la collaborazione della ragazza: col passare delle settimane, diventava sempre più noiosa, questa mancanza di reazioni da parte di lei. Egli voleva sentirla urlare il suo nome, vedere il suo viso trasfigurato dall’orrore e dal piacere. Tom voleva che Virginia sentisse e sapesse fin del più recondito angolo del suo essere che gli apparteneva e che la sua vita o la sua morte dipendeva dal suo capriccio.
Si avvicinò alla scrivania e, aperto un cassetto, prese una piccola boccetta di vetro scuro: l'anima di Virginia. Un Pozionista avrebbe pagato qualsiasi cifra pur di averne un milligrammo, poiché era l’ingrediente principali di oscure, potenti misture. Doveva davvero restituire l'anima a Virginia? Beh, se lo avesse fatto, si sarebbe divertito molto, molto di più. Di certo Bianca non avrebbe apprezzato e Blaise Zabini avrebbe avuto una nuova ragione per rivendicare la ragazza. Aveva l’impressione che perfino le Zie fossero interessate alla ragazza. Male che vada, l’avrebbe torturata e uccisa, anche quello era un piacere di cui non si privava.
Sorridendo diabolicamente, tornò sul letto e sistemò entrambi sotto le coperte; poi aprì la bocca della ragazza e le fece ingoiare il contenuto della boccetta: non successe niente, e per un attimo Tom dubitò che la cosa aveva funzionato. Ma quando vide Virginia fare una smorfia, mormorare qualcosa, rigirarsi nel letto e avvolgersi nelle coperte; Tom sorrise alle proprie fantasie e si addormentò stringendola a sé.