Autore: Michiru Kaiou
Categoria: Anime & Manga
Fandom: Magic Knights Rayearth
Personaggi: Principessa Emeraude
Avvertimenti: nessuno
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Le risposte di Michiru Kaiou |
Ricordi di bambina
Brevissima riflessione su Emeraude, ispirata alla bella fanfiction (che potete trovare qui) di Rose, che mi ha gentilmente permesso di utilizzare la sua idea di un background della Principessa, nata e cresciuta in una piccola città sul mare.
Dal momento che mi ha anche annunciato di star scrivendo una storia dedicata a questa idea, e che è sua intenzione pubblicarla presto, vi consiglio di tenere d'occhio il suo profilo sull'Exquisite folly ^__- |
Ricordo ancora le terre di Austina, bagnate dal mare, immerse nel volteggio dei granelli di sabbia e dello stridio dei gabbiani.
I suoi abitanti sentono la presenza del mare anche quando sono chiusi nelle loro dimore, lontane dal sole caldo e dalla vista di quell’increspata distesa azzurra: così avveniva per me, ancora bambina, capace appena di reggermi in piedi. Bastava annusare l’aria entrata da una finestra, che portava l’odore della salsedine, dell’acqua salata; bastava alzare gli occhi al cielo, mentre sedevo in giardino con le mie bambole, per vedere i gabbiani rincorrersi nell’aria: li indicavo allora alle mie amiche di stoffa, raccontando loro cos’erano il mare e la sabbia perché la mamma non mi permetteva di portarle con me nelle mie incursioni sulla spiaggia, dicendo che si sarebbero irreparabilmente rovinate.
Ricordo i pomeriggi trascorsi sulla battigia, le gonne gonfiate dal vento, i capelli che si annodavano in quell’aria appiccicosa ma profumata di qualcosa che non riesco più a dimenticare né a ritrovare in nessuna delle tante stanze del mio palazzo di Sephiro. È forse il ricordo di quei tramonti giganteschi che si espandevano attorno a me, come un’immensa calotta arancione, rossa, gialla, di così tante sfumature che sarebbe impossibile dare un nome a ciascuna di esse e che fissavo con gli occhi sgranati, incurante delle onde che mi bagnavano i piedi e l’orlo del vestito. È forse la memoria dello stridio dei gabbiani, un suono selvaggio, forte, che si alzava su ali bianche e grigie così in alto che io vedevo solo quelle, con la buffa impressione che quegli uccelli fossero simili alle sagome dipinte sul soffitto di una delle sale del palazzo. È forse nostalgia della mia lotta con le onde, che sfidavo correndo loro incontro quando si ritiravano e tenendomi le gonne per non essere intralciata, e che fuggivo quando si riabbattevano con grazia, come carezze, sulla sabbia bagnata dove i miei piedi lasciavano impronte leggerissime, che scomparivano in un soffio.
Ora qui, alla mia finestra vedo piccoli uccellini variopinti saltellare senza remore vicino alle mie mani, e ripenso a me bambina, con le gonne gonfie di vento e i capelli sparsi sulle spalle, che rincorrevo i gabbiani con lo sguardo in alto, verso quel cielo blu e quelle sagome bianche e grigie, tendendo loro le braccia per acciuffarli e chiamandoli e ridendo del loro volteggio goffo. E capisco solo adesso che tendevo le braccia per spiccare il volo con loro e non per afferrarli, e che ridevo, ridevo di una gioia di cui ora non ricordo altro che il vago suono della mia risata.
E che qui, nella torre del palazzo di Sephiro, dove vivo come Pilastro di questo mondo, non ci sono più onde, né sabbia, né gabbiani a cui tendere le braccia con l’illusione che potranno portarmi via con loro.
Perché qui ci sono solo sconfinate pareti di cristallo.
Dalle quali non potrò più uscire.
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